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Brancaleone alle elezioni

(Tempo di lettura: 3 - 5 minuti)

A cura di Ferruccio Bovio

E così siamo venuti improvvisamente a trovarci in una campagna elettorale che si presume sarà infuocata almeno quanto lo è la stagione estiva in cui dovrà svolgersi. Qualcuno si è affrettato prima di tutti gli altri ad annunciare le sue immancabili e fantasiose promesse, come il raddoppio delle pensioni minime in tredici mensilità od il riconoscimento di un vitalizio anche per le mamme o per le nonne...Ci pare fosse il 2001 e l’autorevole “Economist” fece un intervento a gamba tesa nella nostra politica nazionale con una copertina in cui si dichiarava “inadatto a guidare l’Italia” un personaggio che, già allora, in quanto a venditore di facili ottimismi non era secondo a nessuno...Come Italiani, a prescindere dalla nostra collocazione politica, è difficile non provare un profondo fastidio quando sono gli altri Paesi ad esprimere perplessità sulle nostre capacità di autogestirci, quasi fossimo – tutti insieme – una moltitudine di scolaretti indisciplinati e fannulloni. Però, questa volta, considerata soprattutto l’incidenza che l’esito delle prossime elezioni potrà avere anche a livello internazionale, mettiamoci fin da subito l’anima in pace e prepariamoci a ricevere inviti, minacce ed irrisioni a più non posso. E ci sarà ben poco da stupirsi, dal momento che questo ritorno anticipato alle urne nasce da una crisi di governo al limite della salute mentale, essendo stata inizialmente provocata da un partito (quello di Conte) che trovandosi in gravi difficoltà di tenuta (accentuate dalla scissione di Di Maio), ha pensato bene di smarcarsi dal governo Draghi per recuperare qualche manciata di voti, andando alla ricerca della sua perduta verginità delle origini: quella, tanto per intenderci, che ha creduto sul serio di poter “abolire la povertà” con un decreto o che si auto alimentava con goliardate come il “vaffa day”. Pertanto, in un’ottica di questo tipo, ci permettiamo di dubitare del fatto che il capo comico Beppe Grillo sia intenzionato ad assegnare la parte del Masaniello a Giuseppe Conte, ben più adatto a vestire, invece, i panni di un Amleto (si, vogliamo proprio essere gentili e generosi!) intento a domandarsi quali dei tre governi ai quali ha camaleonticamente partecipato sia stato, in definitiva, il migliore. Prepariamoci, quindi, al ritorno del figliol prodigo Di Battista ed al riciclo, su scala nazionale, di Virginia Raggi.

E così incuranti di una situazione internazionale che è la più complessa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, di una crisi economica che colpisce famiglie e imprese (e che ha nell’energia il suo punto più vulnerabile), di una pandemia tutt’altro che sconfitta e del lavoro sul Pnrr da portare a termine per non veder sfumare un fiume di miliardi, anziché esprimere un’unità di intenti attorno all’interesse nazionale, tre dei principali partiti che componevano la maggioranza di governo hanno beatamente deciso che, per qualche voto in più, si poteva tranquillamente interrompere quel processo di modernizzazione del Paese, ormai noto anche come “Agenda Draghi”. La loro irresponsabilità rappresenta forse la destinazione finale di una legislatura nevrotica che ha visto il susseguirsi di tre governi – profondamente diversi tra di loro – ma tutti caratterizzati dal denominatore comune della presenza del Movimento 5 Stelle che prima si è alleato con la Lega di Salvini, per poi saltare disinvoltamente sulla carrozza di Enrico Letta e successivamente su quella ben più capiente della quasi unità nazionale condotta da Mario Draghi.

Mercoledì, seguendo il dibattito in Senato, siamo rimasti veramente sconcertati dalla pochezza di alcuni interventi che ci è capitato di ascoltare. Pur non avendo mai avuto una grossa considerazione della classe politica che si è affermata in Italia dal 1994 in poi, non immaginavamo che il sistema dell’ “uno vale uno” - tanto caro alla Casaleggio Associati - avesse prodotto un simile svilimento qualitativo a livello parlamentare….Il destino del Paese è stato, pertanto, condizionato ( e purtroppo, per il momento, anche deciso ) da politici improvvisati, privi di esperienza e, salvo qualche sparuta eccezione, di una inadeguatezza assoluta.

Il governo Draghi era nato con due obbiettivi fondamentali: superare l’emergenza pandemica e garantire, realizzando le riforme poste come condizione dall’Unione Europea, l’arrivo dei fondi destinati al Pnrr. Ed effettivamente, il nuovo Esecutivo – facendo tra l’altro chiarezza, dopo i precedenti tentennamenti verso Mosca o Pechino, sulla collocazione internazionale del nostro Paese - aveva iniziato a lavorare su riforme strutturali e necessarie, in modo pragmatico e tenendosi lontano da ogni cedimento di stampo demagogico. E stiamo pensando agli interventi tesi alla modernizzazione delle infrastrutture, della Pubblica Amministrazione, della sanità ed all’attuazione di un piano di transizione ecologica che non fosse astrattamente ideologico, ma concreto e compatibile con le difficoltà oggettive del momento che stiamo vivendo.

Le forze politiche che hanno mandato a casa Draghi sono tutte – chi più chi meno – decisamente lontane dal tipo di cultura che animava il suo Governo. Dalla difesa degli interessi più corporativi, all’opposizione “senza se e senza ma” ad ogni tipo di modernizzazione necessaria (vedi termovalorizzatore a Roma), è, dunque, in rapido allestimento un’Armata Brancaleone che si propone all’elettorato per guidare il Paese nei prossimi 5 anni.

Del PD e dei centristi parleremo domenica prossima.

24 Luglio 2022

Il Punto della Settimana di Ferruccio Bovio

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