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Novellara, in provincia di Teheran

(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

A cura di Ferruccio Bovio

L’ha, dunque, uccisa il padre. Il giallo di Saman, la diciottenne di origini pakistane scomparsa a Novellara poco più di un anno fa, è giunto così alla sua pagina conclusiva. Un’intercettazione telefonica tradisce il genitore che, ormai rientrato in patria con la moglie (e sentendosi, quindi, al sicuro dalle istanze della giustizia italiana), ammette, parlando con un parente che vive ancora in Italia, di essere stato proprio lui ad assassinare la figlia. D’altra parte, null’altro avrebbe potuto fare perché ne andava della “sua dignità e del suo onore”. L’atteggiamento di questo genitore – o forse sarebbe meglio usare il plurale, visto che anche la moglie ha accettato la decisione del marito, guardandosi bene dal denunciarlo – getta una luce molto preoccupante sullo stato di integrazione del fenomeno migratorio in Italia: un fenomeno che è composto non solo da migliaia e migliaia di volontà di riscattarsi - attraverso un lavoro normale - da un atavico background di miserie e privazioni, ma anche da culture, tradizioni e mentalità che paiono difficilmente conciliabili con i valori e i diritti che, sia pure con fatica, da noi si sono affermati negli ultimi decenni. Ed a questo proposito, sarà sufficiente ricordare che, proprio in tema di “onore”, fino al 1981, il nostro Codice Penale prevedeva una riduzione della pena per chi – uomo o donna che fosse – uccideva il coniuge, la figlia o la sorella per tutelare il proprio onore o quello della famiglia.

La vicenda di questa sventurata ragazza che aveva l’unico torto di voler sposare l’uomo di cui si era innamorata (anziché quello predestinatole dal padre), evidenzia, in modo inequivocabile, la presenza, all’interno delle nostre società occidentali, di una sorta di impermeabilità che fa sì che molti nostri colleghi di lavoro, compagni di scuola, amici di calcetto o anche semplicemente consumatori che fanno con noi la coda al supermercato, possano vivere in una realtà sociale che è frutto di conquiste civili e democratiche senza venirne neanche minimamente sfiorati.

Tuttavia, Saman ne era stata, evidentemente, non soltanto sfiorata, ma anche pienamente coinvolta...al punto però, di doverne pagare il prezzo più ingiusto. Non è accettabile che, adesso, si finisca – come quasi certamente finirà – con l’inquadrare sociologicamente il suo caso, liquidandolo come l’ennesima degenerazione di un contesto caratterizzato da arretratezza culturale ed anacronistico patriarcato. Non è accettabile perché tutto quello che è avvenuto in quella famiglia pakistana può nuovamente ripetersi, da un momento all’altro, nella nostra più cinica (e, forse, razzista) indifferenza.

Il coraggio che Saman ha mostrato nella civilissima ed opulenta provincia di Reggio Emilia ricorda molto da vicino quello di tante altre donne che a Kabul, a Teheran o a Riad combattono una battaglia disperata per l’affermazione della loro dignità umana contro il fanatismo di chi non tollera culturalmente e psicologicamente la libertà femminile. Sono le donne iraniane che, in queste ore, protestano tagliandosi i capelli e manifestando nelle piazze, sapendo di poter andare incontro alla morte: proprio come capitato alla ventiduenne Mahsa, assassinata venerdì scorso dalle percosse di una pattuglia della cosiddetta “polizia morale”, avendo commesso un gravissimo reato/peccato religioso: quello cioè di lasciare che anche un solo ciuffo di capelli fuoriuscisse dal velo che la copriva completamente. E sono le donne afghane, abbandonate troppo presto dall’Occidente e finite in balia di una “setta” di esaltati che usano il Corano per impedire che le ragazze di Kabul possano fare liberamente qualunque cosa o per legittimare che vengano persino spietatamente lapidate sulle pubbliche piazze.

Purtroppo, sono tutte donne destinate a rimanere sole dinanzi ai propri aguzzini. Esattamente come Saman, che aveva scelto di essere come le sue coetanee che hanno avuto la non comune fortuna di nascere e di vivere in un’Europa democratica e laica. Solo che lei i suoi agenti della “polizia morale”, non li ha incontrati per le strade di Teheran, ma tra le mura domestiche. Intanto, mentre tutto questo fosco scenario persiste indisturbato nella sua tragica catena di eventi, noi avvertiamo il silenzio assordante del femminismo di casa nostra.

Credits: Ecomy

25 Settembre 2022

Il Punto della Settimana di Ferruccio Bovio

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