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Taiwan, un problema che si poteva evitare

(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

A cura di Ferruccio Bovio

L’atteggiamento della Casa Bianca nei confronti della Cina, dopo l’autonoma iniziativa diplomatica presa da Nancy Pelosi, è condizionato da due esigenze che, per quanto non proprio incompatibili tra di loro, non sono però, neanche così facili da conciliare.

Da un lato, occorre, infatti, mostrare fermezza verso Pechino, affinché non sottovaluti la potenziale reazione statunitense, qualora la Repubblica Popolare ricorresse all’uso delle armi per annettere Taiwan alla Cina continentale, ma dall’altro è assoluto interesse di Washington quello di evitare di aprire un nuovo fronte di altissima tensione politica e militare proprio nel momento in cui gli USA sono già fortemente impegnati a sostenere gli sforzi della resistenza ucraina dinanzi all’avanzata dei Russi.

La Cina considera l’isola di Taiwan come una “provincia ribelle” e non ha mai accettato di riconoscere la sovranità di fatto di questa piccola, ma assai dinamica democrazia che dista soltanto 180 chilometri dalle sue coste. Ed in realtà, se formalmente sono pochissimi i Paesi al mondo che riconoscono la legittimità ufficiale dello Stato di Taipei, sono, invece, pressoché la totalità quelli che, con esso, interagiscono a livello economico: a partire, stranamente, proprio dalla stessa Cina, la quale ne è addirittura il primo partner commerciale. Possiamo, quindi, dire che l’integrazione profonda nello scenario produttivo mondiale è l’intelligente soluzione adottata da Taiwan per garantire la propria sopravvivenza. Come tutti ormai sappiamo, l’isola che i Portoghesi chiamarono Formosa nel XVI secolo, rappresenta oggi il più importante fornitore mondiale di microprocessori di ultima generazione, in mancanza dei quali si blocca la produzione di un’infinità di beni industriali.

Da notare che, negli ultimi 25 anni, Taiwan ha inoltre gradualmente, ma radicalmente cambiato il proprio sistema istituzionale, passando dall’ autoritarismo classico imposto inizialmente dal Kuomintang (il partito del suo primo presidente Chang – Kai Sheck, grande nemico di Mao Tze Tung) alla concessione dei diritti politici e civili tipici di una democrazia compiuta.

Ed è probabile che questa svolta verso un assetto istituzionale di stampo più occidentale abbia contribuito non poco ad accentuare le diffidenze e le insofferenze di Pechino nei confronti di un Paese che, con il suo esempio, potrebbe forse, un giorno, porsi come modello da imitare anche per altre regioni del “pianeta Cina”.

D’altra parte, in questo senso, basta guardare al precedente di Hong Kong, dove si è spesso registrata una decisa repressione delle istanze democratiche che erano, ovviamente, ancora presenti nella ex colonia britannica, per il timore che da esse potessero diffondersi pericolosi “contagi” anche nel resto della Cina continentale.

La visita di Nancy Pelosi a Taipei che – non dimentichiamolo – è, comunque, avvenuta nonostante i pareri contrari del presidente Biden e del Pentagono, cade in un momento piuttosto delicato per il presidente cinese Xi Jinping, il quale si trova, attualmente, a dover gestire una non facile situazione interna sia sul piano sanitario, che su quello economico. Il tutto, proprio alla viglia di quel congresso del Partito Comunista Cinese che, salvo clamorosi imprevisti, dovrebbe conferirgli un nuovo mandato quinquennale per guidare il Paese. E le impressionanti manifestazioni di potenza militare alle quali stiamo assistendo in queste ore, ci paiono, quindi, testimoniare che l’ostinata parlamentare di origini italiane - sia psicologicamente, che diplomaticamente - non abbia scelto proprio il momento ideale per “andare a destare il can che dormiva”... Al momento, a Washington, nessuno crede davvero che Pechino cerchi sul serio di arrivare alle mani con Taiwan, ma prevale, comunque, in maniera bipartizan, il convincimento che sia meglio mostrare fermezza per dissuadere Xi Jinping dal commettere irreparabili errori di valutazione. Oltre a ciò, un atteggiamento troppo conciliante da parte americana indurrebbe, inevitabilmente, gli altri Paesi asiatici a dubitare delle effettive volontà e capacità statunitensi di continuare a porsi come il garante della loro sicurezza, in presenza di una Cina con mire sempre più espansioniste.

Pertanto, non sarà facile (sebbene sia sostanzialmente obbligata) la navigazione nelle acque dell’Oceano Pacifico per la barca di Joe Biden, il quale – anche se non lo ammetterebbe neanche sotto tortura – in questi giorni, pensando a Nancy Pelosi, un pochino di invidia per il controllo che Xi Jinping esercita sui suoi collaboratori deve averlo pure provato...

07 Agosto 2022

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