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La Cina è vicina

(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

A cura di Ferruccio Bovio.

L’argomento sul quale ci soffermiamo oggi trae lo spunto da un annuncio fatto dal Presidente cinese Xi Jinping, il quale ha dichiarato che la Cina è riuscita in quello che ha definito il "miracolo umano" di eliminare la povertà estrema. Secondo Xi, nessun altro Paese è stato, infatti, in grado di sollevare centinaia di milioni di persone dalla povertà in così poco tempo, realizzando un’impresa che, a suo dire, passerà alla storia. Qualcuno però, in Italia, potrebbe ricordare al leader cinese che, forse, il primato in merito alla cosiddetta “abolizione della povertà” potrebbe anche essere rivendicato dal nostro Paese, dove, un paio di anni fa, un gruppo di eminenti statisti si affacciò da un balcone di Palazzo Chigi per proclamare, urbi et orbi, l’avvento di una nuova era portatrice di sicurezza e di benessere, generata dall’introduzione del reddito di cittadinanza...

Effettivamente, tornando alle parole pronunciate dal Presidente cinese, a partire dalle aperture all'economia di mercato degli anni ’70, secondo la Banca Mondiale oltre 800 milioni di cinesi sarebbero usciti dallo stato di povertà estrema, dopo decenni nei quali l'economia era stata devastata dalla pianificazione centrale e dalle politiche maoiste. Da allora lo standard di vita cinese ha conosciuto – almeno in certe aree del Paese – indiscutibili miglioramenti, con la formazione di una classe media di nuovi consumatori composta da milioni di persone. C’è però da precisare che la Cina considera la povertà rurale estrema come un reddito pro capite inferiore a 4.000 yuan (vale a dire 620 dollari) all'anno, pari a 1,52 dollari al giorno, a fronte, invece, della soglia globale che, dalla Banca Mondiale, è definita nella misura di 1,90 dollari al giorno.

Pertanto, al di là di quella che può essere la credibilità dei dati forniti da un Paese che certamente non si distingue per la trasparenza  dell’informazione o per il rispetto dei diritti umani, ma volendo comunque considerare le affermazioni di Xi Jinping come veritiere, in questo venerdì 26 febbraio, saremmo sinceramente curiosi di comprendere quale sia il vostro atteggiamento nei confronti di un gigante dell’economia mondiale che, oscillando tra esplosioni di capitalismo sfrenato e rigurgiti di dirigismo maoista, tende ormai ad espandere la sua sfera di influenza globale in modo sistematico e forse inarrestabile.

Esiste il diritto di sciopero in Cina? Come mai, se la povertà è sconfitta, le condizioni igieniche di certi mercati alimentari cinesi paiono ancora quelle medievali? Possiamo sempre scommettere sull’assoluta commestibilità degli alimenti cinesi? Il metodo della coercizione, adottato in tutti gli aspetti della vita privata e sociale (in primis nell’ambito della sfera lavorativa) era veramente l’unico idoneo per condurre verso la modernizzazione una nazione che, almeno inizialmente, era quasi solo agricola e che oggi è composta da un miliardo e 400 milioni di persone? La produzione industriale cinese rispetta realmente gli standard di qualità che, ad esempio, l’Unione Europea impone alle aziende che operano nei suoi Stati membri? Oppure le nostre imprese subiscono un’evidente concorrenza sleale? Vale, inoltre, veramente la pena di sacrificare, senza indugio, i nostri principi politici e giuridici e i diritti di altre nazioni sull’altare dell’immenso mercato che la Cina rappresenta per le aziende europee? E, quindi, in definitiva, dobbiamo rassegnarci a morire cinesi? Se avete delle considerazioni da fare su questi temi, potete scriverci al nostro indirizzo e-mail fb@nextcomitaly.com oppure al nostro account su Facebook. Saremo lieti di rispondervi.

  

26 febbraio 2021

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