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Morire (inutilmente) per kabul?

(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

A cura di Ferruccio Bovio. 

Sta per concludersi la quasi ventennale presenza del contingente italiano in Afghanistan.

Le operazioni di rimpatrio dei soldati (erano 800 a inizio anno) e dei mezzi, avviate a maggio, si concluderanno a breve, in concomitanza con l'accelerazione impressa dagli Usa che intendono lasciare il Paese entro metà luglio, addirittura in anticipo rispetto alla data simbolica dell'11 settembre che era stata fissata dal presidente Joe Biden.

Il ministro alla Difesa, Lorenzo Guerini, ha cercato di rassicurare gli Afghani affermando che l’Italia intende continuare ad occuparsi del loro Paese attraverso l’addestramento delle forze di sicurezza locali per non disperdere i risultati ottenuti negli ultimi 20 anni. Quali siano questi risultati non ci è ben chiaro, visto che sempre Guerini si è premurato di garantire che il personale civile afghano che ha collaborato con il nostro contingente ad Herat e le loro famiglie ( circa 670 persone ) verranno trasferiti in Italia da metà giugno, per sottrarli alle ritorsioni che i talebani porranno in essere una volta che i militari della  Nato avranno lasciato l'Afghanistan. Non a caso, l’Associazione Human Rights Watch ha esortato tutti i Paesi con le truppe in partenza ad impegnarsi per assistere chi si troverà a dover affrontare un grave pericolo per aver lavorato per loro.

Quindi, al di là delle dichiarazioni di facciata delle potenze occidentali che hanno partecipato alla cosiddetta “operazione Isaf “, non stiamo lasciando l’Afghanistan perché finalmente il Paese, dopo oltre vent’anni di tribolazioni, ha intrapreso la via della pacificazione. Ce ne andiamo, invece, perché ci siamo resi conto del fatto che eravamo in presenza di un problema irrisolvibile.  Il territorio afghano non è affatto controllato dalle forze della difesa locale, le quali anzi non hanno né i mezzi e né la qualità, e forse neanche la volontà, per monitorare il Paese, soprattutto nelle sue aree più remote. Basti pensare che, normalmente, i presidenti della repubblica vengono definiti “sindaci di Kabul”... Ed effettivamente, il tentativo di normalizzare la vita civile e politica afghane non è mai  riuscito a produrre qualche risultato confortante al di fuori del perimetro della capitale.

L’Italia in Afghanistan lascia la memoria di 53 militari caduti ed un conto economico salato che ammonta a otto miliardi e mezzo di euro... Eravamo stati chiamati nel 2003 dalla Nato per concorrere all’allestimento della missione Isaf, ma dopo una fase iniziale in cui l’impegno occidentale era parso cogliere obbiettivi concreti, dal 2004 in poi i talebani hanno iniziato a mettere in gravi difficoltà sia le forze della coalizione internazionale, che le inconsistenti e spesso inaffidabili milizie locali. Pertanto, nonostante l’apparente normalità data dalle varie tornate elettorali, l’Afghanistan, durante tutto il periodo di sostegno occidentale, era sempre rimasto del tutto fuori controllo.

Tra i troppi lutti che hanno funestato la nostra permanenza ad Herat, ricordiamo il più grave: e cioè quello nel quale, il 17 settembre 2009, a seguito dell’esplosione di una bomba, persero la vita sei soldati italiani.

Nessuno di noi scorda l’enorme coinvolgimento emozionale che turbò il mondo intero dopo l’attentato alle Torri Gemelle, che provocò un’automatica ( e probabilmente legittima ) volontà di reagire da parte degli Stati Uniti e, nel complesso, di quasi tutto l’Occidente. Però, secondo voi, anche alla luce degli irrilevanti successi conseguiti, l’Italia del 2003 avrebbe dovuto rinunciare alla missione in Afghanistan?

10 giugno 2021

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