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Giornale Radio  - Mario può morire in Italia

Mario può morire in Italia

(Tempo di lettura: 2 - 4 minuti)

A cura di Ferruccio Bovio.

Lui viene convenzionalmente chiamato Mario da tutti i giornali ed è il primo cittadino italiano a veder riconosciuto il suo diritto al suicidio assistito. Malato tetraplegico ed immobilizzato a letto da 10 anni a seguito di un incidente stradale, il 43enne camionista marchigiano fa sapere di sentirsi adesso “più leggero”, avendo scaricato tutta la tensione accumulata in questi anni.

E in effetti, il percorso per arrivare a poter mettere fine alle sue sofferenze è stato lungo e accidentato da molti ostacoli. Da oltre un anno Mario chiedeva, infatti, alla Asl delle Marche che fossero accertate le sue condizioni di salute per poter accedere alla somministrazione di un farmaco letale. Aveva respinto l’eventualità di andare a morire in un altro Paese che riconoscesse il suicidio assistito, perché persuaso del suo diritto di porre fine alla propria vita in Italia, nella sua terra natia. Per oltre un anno ha dovuto, infatti, fronteggiare un diniego da parte dell’Asur (l’Azienda sanitaria unica regionale delle Marche ) ed è stato, pertanto, costretto ad adire le vie legali contro l’Asur stessa. Finalmente, dopo l’estate - grazie anche al sostegno fornitogli dall’Associazione Luca Coscioni - il Comitato Etico marchigiano si è mosso per verificare il suo stato di salute ed ha confermato che Mario possiede realmente i quattro requisiti essenziali per ottenere l’accesso legale al suicidio assistito. Tali requisiti erano stati stabiliti, nel 2019, da una sentenza della Corte Costituzionale e richiedevano che il malato: 1) fosse tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; 2 ) fosse affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche da reputarsi intollerabili; 3 ) fosse pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli e 4 ) non fosse sua intenzione avvalersi di altri trattamenti sanitari per il dolore e la sedazione profonda.

La Corte, in quell’occasione, aveva definito “non punibile” chi agevola l’esecuzione del suicidio, accendendo, con quella pronuncia, un faro su un vuoto normativo enorme, che finora aveva costretto i malati italiani a restare prigionieri delle proprie sofferenze oppure a recarsi all’estero per porre fine alle loro esistenze. Comunque, in ogni caso, la Consulta chiarì che vanno prese in considerazione solo le situazioni di pazienti “pienamente capaci di prendere decisioni libere e consapevoli”. Proprio come Mario che però, ha purtroppo impiegato molti mesi per poter affermare il proprio diritto.

Quello che però adesso manca ancora è una definizione chiara delle modalità di somministrazione del farmaco letale: lacuna dovuta esclusivamente all’inazione del Parlamento che, ad ormai tre anni dalla richiesta della Corte costituzionale, non è ancora riuscito a votare una legge che stabilisca le procedure da seguire. Spiega Marco Cappato, anima dell’Associazione Luca Coscioni, che questi ritardi istituzionali costringono le persone come Mario a sostenere un calvario giudiziario, che si aggiunge a quello fisico e psicologico dovuto alla propria condizione di salute. E – sempre secondo Cappato - di fronte a questo immobilismo della politica, per avere regole certe e capaci di andare anche oltre la questione dell’aiuto al suicidio, regolando, invece, l’eutanasia in senso più ampio, si renderà necessario l’intervento del popolo italiano, attraverso il referendum che depenalizza parzialmente il reato di omicidio del consenziente.

Siamo ben consapevoli, cari lettori, di come questa materia sia resa complessa dalla presenza di più soluzioni ( suicidio assistito, eutanasia e sedazione profonda ), che possono renderne più difficile una corretta comprensione, ma ciò nonostante, in linea generale, saremmo oggi veramente interessati a sapere se, secondo voi, la via referendaria sia la più idonea per risolvere tutti i problemi in qualche modo legati al tema dell’eutanasia.

24 Novembre 2021

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