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Carlos Monzón | Destinazione Olimpia



Quando, il 7 novembre 1970, Nino Benvenuti, campione del mondo dei pesi medi, mette in palio il suo titolo contro un argentino che quasi nessuno, fino a quel momento, ha mai sentito nominare, non sa di andare incontro a quel gancio al volto che lo immetterà inaspettatamente sul viale del tramonto, spalancando, al tempo stesso, le porte del successo, della ricchezza e del mito al 28enne indio di Santa Fe, Carlos Monzón. Di origini umilissime, Monzón nasce a San Javier il 7 agosto 1942, ma si trasferisce quasi subito a Santa Fè. Sei mesi dopo, l’8 maggio 1971, sul quadrato di Montecarlo, Benvenuti tenterà di riprendersi la corona dei pesi medi, ma questa volta, al terribile picchiatore argentino, basteranno tre riprese per convincere il nostro campione che, per lui, è giunto il momento di appendere i guantoni al chiodo. Inizia così il dominio incontrastato di Carlos Monzon, che per ben sette anni non incontrerà praticamente nessun avversario in grado di metterlo in difficoltà. Vince sempre con rapidità e naturalezza. E’ un peso medio un po’ atipico, per la sua statura di, un metro e ottantaquattro centimetri, che gli consente di poter contare su un allungo da medio massimo e su un pugno che fa veramente male. Sul ring Carlos Monzón è considerato imbattibile, ma nella vita di tutti i giorni è, invece, un uomo che rivela non poche fragilità. Dopo l’abbandono dell’attività agonistica la vita di Carlos Monzón sarà un penosa discesa negli abissi dai quali proviene. Finisce i soldi, perde tutti gli amici e svanisce in fretta anche il sogno del cinema, finché la sera di San Valentino del 1988, in preda all’alcool e ad una delle sempre più frequenti crisi di rabbia, si avventa sulla compagna e madre del suo quarto figlio, Alicia Muñiz e, probabilmente senza quasi rendersene conto la uccide, gettandola dal terrazzo del residence di Mar del Plata dove sono ospitati. E’ condannato a 11 anni di reclusione, durante i quali, per buona condotta, ottiene ogni tanto un permesso di libera uscita, condizionato però dal rientro in carcere prima del tramonto. Ed è per uno di questi rientri che Carlos Monzón, quella sera del dicembre 1995 sta correndo, per l’ultima volta, al volante della sua auto a oltre 140 chilometri all’ora sulla strada che da Los Carrilos lo sta riconducendo al carcere.

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