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Destinazione Olimpia. Fausto Coppi



Fu una passione popolare che tramutò un uomo in mito e fu uno sport ancora puro ed epico a simboleggiare, meglio di ogni altra cosa, il desiderio di rinascita italiano, dopo gli orrori che il Paese si era appena lasciato alle spalle. La sua vita è forse un romanzo: con le prime pedalate, la guerra, i trionfi, l’adulterio, la malaria. Momenti di esaltazione e di tragedia in un’Italia che tornava a vivere. Fausto Coppi nasce il 15 settembre 1919 a Castellania, in provincia di Alessandria, in una famiglia di braccianti. Lavorando a Novi Ligure come garzone di una salumeria, incontra Biagio Cavanna, il mitico allenatore non vedente di Costante Girardengo e Learco Guerra, che lo inizia al ciclismo. Fausto si affida completamente alla scuola di Cavanna e dopo l’esordio professionistico sul circuito della Boffalora nel 1937 e la prima vittoria a Castelletto d’Orba, è pronto per diventare gregario di Gino Bartali alla Legnano, debuttando al Giro d’Italia del 1940.
In sella alla Bianchi, Fausto inanella una serie sorprendente di trionfi, come quella Milano-Sanremo del 1946, vinta con una fuga di centocinquanta Km e un distacco di quattordici minuti che obbligherà la radio a trasmettere musica nell’attesa del secondo classificato.
Di Coppi è probabilmente meno nota la grande innovazione che il fuoriclasse di Castellania introdusse nel ciclismo italiano, attraverso allenamenti scientifici ed alimentazione monitorata : in sostanza una ventata di modernità , in un mondo ancora superficiale per quanto riguardava la preparazione atletica dei corridori.
Ma nel corso di una gara in Burkina Faso, nel dicembre del 1959, Fausto contrae la malaria. Al rientro in Italia avverte i primi sintomi che, purtroppo, sono male interpretati dai medici che sbagliano la diagnosi . Di conseguenza le cure non sono adeguate e l’uomo solo al comando muore il 2 gennaio 1960, a soli quarant’anni, lasciando al Paese l’eredità delle sue 122 vittorie e della sua contrastata ed appassionante vicenda umana.

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