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Giornale Radio - Il match del secolo | Destinazione Olimpia

Il match del secolo | Destinazione Olimpia



Il mitico Madison Square Garden, moderno Colosseo del pugilato mondiale, era pieno come non mai. Oltre ventimila persone riempivano ogni spazio. Nella prima fila vip, fra gli altri, si notavano Ted Kennedy, Bing Crosby e Frank Sinatra, ma anche le cinque famiglie che regolavano i conti della mafia newyorkese. Ciascuna occupando poltrone collocate a debita distanza di sicurezza le une dalle altre e rappresentate dai rispettivi boss e vale a dire da Carlo Gambino, Paul Sciacca, Philip Lombardo, Carmine Tramunti e Joe Colombo.
Ma i pugili che tutti aspettavano sul campo di battaglia erano, invece, due neri nati in due ex stati confederati. Da una parte Joe Frazier, il detentore del titolo, soprannominato “Smoking Joe”, ultimo di dodici figli di una coppia di contadini di Beaufort, Carolina del Sud; dall’altra l’ex campione mondiale Cassius Clay, ora Muhammad Alì dopo la conversione all’islam, nato a Louisville, Kentucky e da 43 mesi lontano dal ring a causa del suo clamoroso rifiuto di prestare servizio militare a seguito di obiezione di coscienza per motivi religiosi. Resterà famosa la sua frase “ nessun vietnamita mi ha mai chiamato negro”. La FBA, la federazione pugilistica statunitense, gli aveva infatti ritirato la licenza privandolo del titolo di campione del mondo.
Per tutta la gente di colore, la sfida di quella serata aveva un’importanza che andava al di là del pur straordinario avvenimento sportivo. Erano quelli i tempi del movimento Black Power, che da semplice slogan era diventato un ben radicato movimento politico – culturale: dal Civil Rights Act, anticipato da un famoso messaggio alla nazione di John Kennedy del 19 marzo 1963 e dalla marcia su Washington organizzata da Martin Luther King il 28 agosto 1963, gli Stati Uniti stavano appena uscendo da una fase storica che aveva segnato un notevolissimo passo in avanti nel travagliato cammino che portava all’ integrazione delle minoranze di colore nella società americana.
Mohammed Alì, che nel 1964 si era convertito alla fede islamica e iscritto alla “Nation of Islam”, grazie alla sua fertile creatività ed all’abile dialettica con la stampa, era diventato il volto pubblico del movimentismo afroamericano. Alì era, dunque, l’alfiere del “Black Power”, il portavoce del movimento pacifista, il campione del panafricanismo ed il messianico liberatore di un intero popolo, spesso dipinto nei murales dei ghetti neri, accanto al rivoluzionario Malcom X.
Al contrario, Joe Frazier, dopo aver vinto l’oro alle Olimpiadi di Tokyo, incarnava un po’ il simbolo perbenista del tradizionalismo conservatore del Paese: una sorta di “ zio Tom”, come proprio Ali si divertiva a definirlo, sicuramente più gradito all’establishment nixoniano che, in quegli anni, stava occupando la Casa Bianca.
Alla vigilia del match i bookmakers davano favorito Frazier 7 a 6 e anche i campioni del passato, interpellati per l’occasione da “Boxing Illustrated”, si erano schierati a favore di “Smoking Joe”, considerando il fatto che l’ex campione avrebbe certamente scontato l’handicap di non aver più combattuto per circa tre anni.
Ali, da parte sua, pensava di essere il più grande, forse il più grande di sempre, ma di essere, probabilmente, anche il più odiato di sempre ( almeno da una grossa fetta del Paese ) e la cosa lo induceva a divenire arrogante e superbo come mai lo era stato. Il suo fisico perfetto ed i suoi movimenti eleganti si descrivevano nelle parole che spesso ripeteva parlando di sé con i giornalisti: “vola come una farfalla e pungi come un’ape”.
Frazier, abbastanza basso per essere un massimo, tarchiato e silenzioso, era però dotato di un gancio sinistro di una potenza devastante. In verità, anche Frazier era un grandissimo pugile, ma adesso era per lui arrivato il momento di fare realmente i conti con la storia e di affrontare il genio del ring, il re del Madison Square Garden. Un re che era stato costretto ad interrompere la sua carriera a 26 anni, nel momento cioè del suo massimo splendore e che ora, avviandosi verso la trentina, poteva forse aver perso un po’ della sua antica lucentezza, ma che continuava, comunque, ad avere una sconfinata considerazione di se stesso.
Nei giorni che avevano preceduto il match, Ali, con la sua dialettica istrionica era riuscito a raccontare al mondo intero la favola del campione ingiustamente privato del suo titolo da un usurpatore di nome Joe Frazier. Però, quella sera, tra le corde di un quadrato che aveva vissuto le gesta di tutti più grandi pugili di sempre, era ormai giunta la drammatica ora della verità per entrambi i protagonisti.
Burt Lancaster, telecronista d’eccezione, iniziò il suo racconto di quell’epica notte, quando l’arbitro Arthur Mercante diede il via al “Match del Secolo”.
Il pubblico, equamente diviso tra i due sfidanti, al primo gong esplose in urla e canti disordinati. Il combattimento si svolse, come previsto dagli esperti, con il campione in carica impegnato in un attacco continuo e lo sfidante che cercava di schivare e, per quanto possibile, ribattere alle raffiche che lo tempestavano senza soluzione di continuità.
Quella notte Mohammed Alì, per molti il miglior pugile di ogni tempo, non riuscì a volare come una farfalla ed a pungere come un’ape: il suo famoso sinistro non fu micidiale e la lunga lontananza forzata dal ring fece sentire le sue ragioni. Ed alla quindicesima ripresa, un improvviso colpo di incontro di “Smoking Joe” lo mandò al tappeto, costringendo l’arbitro a contarlo per quattro secondi.
Il verdetto finale assegnò a Frazier una netta vittoria ai punti per 28 a 16. Quel match fu solamente il primo di una trilogia di epici incontri fra i due “nemici”. La rivincita da venticinque milioni di dollari si disputò ancora al Madison, il 28 gennaio 1974 e fu vinta, questa volta, ai punti da Alì, mentre la bella si tenne il 1 ottobre 1975 nelle Filippine. La terza ed ultima sfida, soprannominata “brivido a Manila”, si concluse per abbandono di Frazier alla quattordicesima ripresa e fu tra le più dure che si ricordino nella storia della boxe.
La notte dell’8 marzo 1971 fu vissuta in diretta anche in Italia, con la RAI che, per la prima volta, aprì le sue reti in piena notte: erano le 4 e venti ed in collegamento da New York la voce di Paolo Rosi ci raccontò le gesta di quei due eroi splendidi ed irripetibili.
Ali odiava il suo rivale sul ring quanto lo amava in privato: quando Frazier morì, volle celebrare in prima persona il guerriero che tanto aveva dovuto combattere. Fu lui a portarne la bara a spalle, nonostante tremasse penosamente per quel morbo di Parkinson che aveva ormai tarpato per sempre le ali della Farfalla Nera.

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