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Tra abbandoni e canili lager è emergenza randagismo: “Il sistema è al collasso”

today9 Giugno 2026

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Tra abbandoni e canili lager è emergenza randagismo: “Il sistema è al collasso”

L’estate bussa alle porte e con lei torna l’incubo di un fenomeno che l’Italia non riesce, o non vuole, debellare. “Il randagismo resta una delle emergenze meno visibili, ma più costose e complesse da gestire“, ha spiegato con estrema chiarezza Giancarlo Calvanese, presidente del comitato Addio Randagismo, intervenuto nel programma Tutti ne parlano con Vicky Mangone su Giornale Radio. Il quadro delineato è quello di un sistema strutturalmente fragile, dove animali non registrati e abbandoni stagionali alimentano un circuito che appare ormai fuori controllo.

Il grande affare nato dal vuoto dello Stato

Tutto ha origine da una data precisa: il 1991. Con l’emanazione della legge 281, lo Stato ha vietato la soppressione degli animali vaganti, delegando la gestione ai Comuni senza però fornire strumenti adeguati. “I Comuni si sono trovati completamente impreparati e purtroppo sono venuti fuori i privati che hanno fiutato il business“, denuncia Calvanese.

È la nascita di una gestione parallela dove strutture private si sono sostituite completamente al pubblico, trasformando l’accoglienza in un affare economico redditizio.

Il contagio che non risparmia il Nord

Sbaglia chi pensa che il problema sia confinato al Mezzogiorno. Il randagismo viaggia su gomma, spostando migliaia di cani ogni mese verso le regioni settentrionali. “Il Nord sta soffrendo della situazione allo stesso modo come sta soffrendo il Sud“, avverte il presidente di Addio Randagismo.

La conseguenza è un sovraccarico dei canili del settentrione e la diffusione di patologie: “Abbiamo portato il randagismo e la malattia anche al Nord“, sottolinea Calvanese, riferendosi alla diffusione della Leishmania in territori un tempo indenni.

L’inferno dei 3.000 cani in un solo canile

Le cifre fornite durante l’intervista descrivono realtà distopiche. Nel crotonese esistono strutture che ospitano fino a 3.000 animali contemporaneamente. “È una condizione ingestibile“, attacca Calvanese, spiegando che in questi mega-canili privati convenzionati garantire il benessere animale è pura utopia.

È impossibile che un gestore con 3.000 cani possa adempiere alla legge“, come quella calabrese che imporrebbe almeno un’ora e mezza di sgambamento giornaliero per ogni ospite. Numeri che trasformano i canili in veri e propri depositi di esseri viventi.

Chiudere i rubinetti dentro le case dei privati

La soluzione non risiede solo nella sterilizzazione a tappeto dei cani di strada, ma nel controllo serrato di ciò che accade nelle abitazioni private. “I rubinetti del randagismo sono le cagne dei privati“, spiega Calvanese con una metafora efficace.

Molti proprietari gestiscono le cucciolate come una “produzione vera e propria”, distribuendo i piccoli a parenti o abbandonandoli sul territorio quando non trovano collocazione. Senza un censimento rigoroso delle cagne fertili padronali e controlli a campione sui proprietari, l’emorragia di nuovi randagi non si fermerà mai.

Il pesce puzza dalla testa: le colpe delle istituzioni

Le responsabilità di questo collasso sono diffuse e risalgono i vertici dello Stato. “Il pesce puzza dalla testa“, chiosa Calvanese, puntando il dito contro il Ministero della Sanità, accusato di non vigilare sull’operato delle Regioni.

Ma la colpa è anche dei sindaci e dei dirigenti comunali che firmano convenzioni milionarie con i privati senza mai verificare se i capitolati vengano rispettati. “I responsabili di tutto questo sono i dirigenti che non vanno a verificare tramite la polizia municipale” il benessere degli animali che dovrebbero tutelare.

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