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Caso violenza al Senato, l’ira di Annarita Briganti: “Grave che siano coinvolti i luoghi del potere”

today9 Giugno 2026

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Caso violenza al Senato, l’ira di Annarita Briganti: “Grave che siano coinvolti i luoghi del potere”

La politica italiana trema di fronte a un’accusa che varca la soglia delle istituzioni più alte. Il caso che coinvolge il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro, accusato di violenza sessuale, apre uno squarcio inquietante sulla gestione del potere. Annarita Briganti, giornalista e scrittrice, intervenuta ai microfoni di Giornale Radio, non usa mezzi termini per descrivere la gravità del contesto: “Da donna pensare una denuncia possa coinvolgere comunque un luogo che attiene al Senato è un qualcosa che rende ancora più grave il tema di cui stiamo parlando che è violenza sessuale”.
Il palazzo, che dovrebbe essere il tempio della legalità, si ritrova al centro di una ricostruzione che solleva dubbi profondi sull’uso dei luoghi istituzionali per scopi privati.

Istituzioni sotto scacco: quando il potere diventa teatro di abusi

Il caso assume un peso particolare proprio perché riguarda un contesto istituzionale. Per Briganti, la gravità non sta solo nell’accusa in sé, che dovrà essere accertata nelle sedi competenti, ma anche nel fatto che la vicenda tocchi i luoghi del potere.
Il Senato, nella percezione pubblica, dovrebbe rappresentare garanzia, autorevolezza e rispetto delle regole. Quando una denuncia di violenza sessuale arriva a lambire uno spazio simile, il tema diventa inevitabilmente collettivo e non può essere ridotto a una semplice vicenda privata.

Il diritto di sapere: perché il “processo mediatico” è un anticorpo democratico

Mentre molti si rifugiano nel silenzio in attesa della magistratura, Briganti rivendica il diritto dell’opinione pubblica di discutere i fatti. “Io sono totalmente favorevole al cosiddetto processo mediatico”, ha dichiarato con forza, pur ribadendo la sua natura profondamente garantista.
Per la giornalista, il dibattito collettivo non compromette lo stato di diritto: “È giusto che dei temi che interessano la popolazione […] le persone ne possano discutere e non vedo compromesso poi lo stato di diritto, la possibilità di difendersi”. La trasparenza, specialmente quando si toccano i luoghi del potere, diventa un dovere morale verso i cittadini.

Lo scudo della bellezza: “Non siamo nel Medioevo”

Uno dei passaggi più duri dell’intervista riguarda la difesa pubblica del senatore, che avrebbe minimizzato l’accaduto facendo leva sul proprio aspetto fisico e su quello della vittima. Una retorica definita da Briganti come “inopportuna e insopportabile”.
La risposta della giornalista è un attacco frontale a una mentalità arcaica: “Questo prescinde dal processo perché confonde le presunte violenze come una sorta di concorso di bellezza”. Non può esistere un’esimente estetica per la violenza: “Io non posso sentire da un uomo oggi […] ‘io sono un bel ragazzo, lei è una signora normale’”. Il monito è chiaro: “Noi siamo nel 26, non nel Medioevo”.

Inquinamento e pressioni: il silenzio imposto dai palazzi

La vicenda si complica ulteriormente con l’ombra di pressioni esterne volte a soffocare la verità. Briganti ha richiamato l’attenzione sul coinvolgimento di un carabiniere, indagato per violenza privata nel medesimo contesto: “Avrebbe tentato di convincere questa donna a non denunciare. Quindi è un fatto grave da tanti punti di vista”.
È la descrizione di un sistema che, invece di proteggere la vittima, sembra muoversi per tutelare l’istituzione o l’uomo di potere coinvolto. Questo possibile inquinamento dei fatti è ciò che rende il caso una ferita aperta per l’intera società.

Il tempo del trauma: la denuncia non ha scadenza

Contro chi punta il dito sul ritardo della denuncia, avvenuta mesi dopo i presunti fatti, Annarita Briganti alza uno scudo invalicabile. Non esiste un cronometro per il dolore e per il coraggio: “Una donna deve essere libera di poter denunciare quando lo ritiene opportuno”.
Citando casi internazionali dove le denunce emergono dopo decenni, la giornalista ha ribadito che il tempo non intacca la validità della testimonianza: “Una donna fa una denuncia quando si sente pronta a farla”. Se la società continua a giudicare la vittima in base al calendario, “i fatti non li accerteremo mai perché perderemo giorni” in sterili stereotipi che ormai dovrebbero appartenere al passato.

Superare gli stereotipi per accertare la verità

In un Paese ancora segnato da tragedie immani e contesti sociali fragili, la cautela deve andare di pari passo con la fermezza culturale. “Se noi superiamo almeno questi stereotipi che ormai dovremmo conoscere, già siamo a buon punto per accertare i fatti”, ha concluso Briganti.
La richiesta è quella di uno sforzo collettivo, specialmente da parte di chi occupa posizioni pubbliche, per non “ripartire sempre dal via” ogni volta che una donna trova la forza di parlare. La battaglia contro la violenza si vince nelle aule di tribunale, ma inizia con il rifiuto di giustificazioni banali e odiose.

 

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