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Brics, Shenoy: “Delhi può dimostrare che un mondo diviso può ancora parlarsi”

today10 Settembre 2026

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(Adnkronos)

Scritto da Giornale Radio

Quando i leader dei Brics si riuniranno a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre, al tavolo siederanno Paesi che rappresentano quasi metà della popolazione mondiale, ma anche alcune delle principali fratture geopolitiche del nostro tempo. Vladimir Putin porterà con sé il peso della guerra in Ucraina, Masoud Pezeshkian quello dello scontro che attraversa il Medio Oriente, mentre il ritorno di Xi Jinping in India arriva dopo anni di forte tensione tra le due grandi potenze asiatiche.

Per Vas Shenoy, Chief Representative per l’Italia della Indian Chamber of Commerce, fondatore della Indo-Mediterranean Initiative e analista geopolitico, è proprio questa eterogeneità a rendere il vertice particolarmente significativo. La sfida della presidenza indiana, spiega, non è cancellare le divisioni, ma dimostrare che non devono necessariamente impedire il dialogo. E soprattutto evitare che i Brics si trasformino semplicemente in un nuovo blocco contrapposto all’Occidente.

Perché il vertice dei Brics di Delhi è così importante?

Non soltanto per ciò che finirà nella dichiarazione conclusiva, ma soprattutto per chi siederà intorno allo stesso tavolo. Gli undici membri rappresentano quasi metà della popolazione mondiale e circa il 40% del Pil a parità di potere d’acquisto. Ci sono grandi potenze demografiche, produttori di petrolio e gas, economie africane e mediorientali e Paesi che chiedono una governance internazionale più rappresentativa.

Ma il punto politico più importante è un altro: molti di questi Stati si trovano su fronti opposti delle grandi fratture geopolitiche contemporanee. Il compito dell’India non sarà cancellare queste divisioni, ma dimostrare che non devono necessariamente impedire il dialogo.

A Delhi ci sarà Vladimir Putin. Che significato assume la sua presenza mentre continua la guerra in Ucraina?

La presenza di Putin dà al vertice una dimensione che va ben oltre i Brics. La guerra in Ucraina ha prodotto conseguenze globali: riarmo europeo, sanzioni, instabilità dei prezzi energetici, problemi di sicurezza alimentare e forti effetti sul commercio internazionale.

L’incontro tra Narendra Modi e Putin avrà quindi un peso particolare. Difesa, energia, nucleare civile, tecnologia e commercio restano pilastri della relazione indo-russa. L’India continua ad acquistare grandi quantità di energia dalla Russia e Mosca resta un partner importante per le forze armate indiane.

L’India può davvero svolgere un ruolo di mediazione?

Modi dispone di qualcosa che oggi è sempre più raro: canali politici funzionanti con Mosca, Kyiv, Washington e le principali capitali europee. Può parlare con Putin senza negare che la Russia abbia invaso l’Ucraina e, allo stesso tempo, lavorare con gli Stati Uniti senza cancellare una relazione con Mosca costruita in decenni.

Delhi sarà un’altra occasione per ribadire la posizione indiana: una soluzione duratura non può prescindere dal negoziato e dalla diplomazia.

Al vertice è atteso anche Xi Jinping, alla prima visita in India dopo sette anni. Possiamo parlare di disgelo tra India e Cina?

Un incontro Modi-Xi non risolverà i problemi tra i due Paesi. La frontiera himalayana, i rapporti tra Cina e Pakistan, l’avvicinamento dell’India agli Stati Uniti e al Quad, lo squilibrio commerciale e la competizione nell’Indo-Pacifico continueranno a pesare.

Ma India e Cina rappresentano insieme circa 2,8 miliardi di persone. Sono rivali strategici e allo stesso tempo economie difficili da separare. Dopo lo scontro di Galwan del 2020, il rapporto ha attraversato uno dei momenti peggiori degli ultimi decenni. Il valore di un nuovo incontro sta quindi anche nel ristabilire un principio: la competizione tra due enormi Stati-civiltà non deve necessariamente trasformarsi in una contrapposizione permanente.

Se Putin porta a Delhi la guerra europea, Pezeshkian porta quella del Medio Oriente. Che spazio può avere l’India in questa crisi?

Per l’India non è affatto un conflitto lontano. Milioni di cittadini indiani vivono e lavorano nel Golfo, una quota importante dell’energia consumata dal Paese proviene dalla regione e anche il corridoio India-Middle East-Europe, l’Imec, dipende dalla stabilità mediorientale.

Nuova Delhi mantiene una relazione storica con l’Iran e contemporaneamente ha costruito rapporti strategici molto forti con Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. È una posizione quasi unica.

L’autonomia strategica indiana consiste anche in questo: poter parlare con Teheran senza rompere con Israele e con le monarchie del Golfo. Non chiedere a ogni interlocutore di rinunciare alla propria identità o ai propri interessi come condizione preliminare per sedersi al tavolo.

Poche settimane fa Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato alla Mecca un accordo di difesa collettiva. Quanto cambia gli equilibri regionali?

È un passaggio importante. L’accordo stabilisce che un attacco armato contro uno dei tre Paesi venga considerato un attacco contro tutti. Il parallelismo politico con l’Articolo 5 della Nato è evidente, anche se il riferimento giuridico è al diritto all’autodifesa collettiva previsto dalla Carta delle Nazioni Unite.

La combinazione delle capacità dei tre firmatari è significativa: la Turchia ha il secondo esercito più grande della Nato, il Pakistan è una potenza nucleare e l’Arabia Saudita aggiunge capacità finanziarie, influenza politica e religiosa e un ruolo centrale nel sistema energetico mondiale.

Parlare già di una “Nato islamica” sarebbe però prematuro. Ankara resta nella Nato, Riyadh mantiene una profonda relazione di sicurezza con Washington e i tre Paesi non hanno interessi coincidenti su tutti i dossier. Ma è certamente un nuovo elemento negli equilibri che vanno dal Mediterraneo orientale all’Oceano Indiano.

E che rapporto ha questo nuovo patto con i Brics?

È proprio un esempio della complessità che i Brics devono imparare a gestire. Iran, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto fanno parte dello stesso raggruppamento. La Cina è uno dei principali partner strategici dell’Iran e l’India mantiene rapporti importanti con quasi tutti gli attori coinvolti.

I Brics non possono risolvere le guerre del Medio Oriente, ma possono contribuire a impedire che l’assenza di dialogo renda inevitabile la prossima escalation.

L’India, però, è contemporaneamente nei Brics con Cina, Russia e Iran e nel Quad con Stati Uniti, Giappone e Australia. Non è una contraddizione?

No. È l’evoluzione del tradizionale non-allineamento indiano verso quella che oggi definiamo autonomia strategica.

Negli stessi anni in cui ha rafforzato la propria presenza nei Brics, l’India ha approfondito la cooperazione con Stati Uniti, Giappone e Australia su sicurezza marittima, difesa, tecnologie strategiche, minerali critici, catene di approvvigionamento e Indo-Pacifico.

Nuova Delhi non deve diventare antiamericana per parlare con Putin, antirussa per lavorare con Washington o antioccidentale per chiedere una maggiore rappresentanza del Sud globale. La logica è evitare una dipendenza esclusiva da uno dei blocchi.

C’è però chi considera ormai i Brics soprattutto uno strumento di Cina e Russia per costruire un fronte antioccidentale. È questo il rischio principale?

È certamente uno dei rischi. Gli Stati Uniti saranno il grande assente dal tavolo di Delhi, ma non devono necessariamente diventarne l’avversario.

Russia, Cina e Iran possono avere interesse a spingere i Brics verso una caratterizzazione più apertamente antioccidentale. L’India ha invece un interesse molto forte a impedirlo. Per Nuova Delhi, multipolarità non significa sostituire un’egemonia con un’altra.

Se i Brics diventassero semplicemente un blocco ideologico contrapposto all’Occidente, perderebbero una parte importante della loro utilità.

Perché la dimensione economica può contribuire a evitare questa deriva?

Perché la diplomazia segue anche l’economia. Accanto agli incontri politici, a Delhi ci sarà un importante programma dedicato a infrastrutture, energia, tecnologia, manifattura, investimenti e catene di approvvigionamento.

L’obiettivo indiano è trasformare il peso demografico dei Brics in capacità economica: più investimenti, filiere resilienti, maggiore integrazione tra i Paesi del Sud globale e istituzioni internazionali maggiormente rappresentative.

Ed è proprio l’economia a mostrare i limiti di una logica puramente antioccidentale. Le imprese hanno bisogno di rotte sicure, energia accessibile, mercati aperti, sistemi finanziari funzionanti e stabilità politica. La guerra distrugge tutte queste condizioni.

La presidenza indiana ha scelto come parole chiave resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Quale sarà allora il vero test di Delhi?

Capire che cosa i Brics intendono fare del proprio peso. Possono diventare un altro luogo nel quale riprodurre le contrapposizioni del sistema internazionale, semplicemente a parti invertite. Oppure possono offrire uno spazio in cui Stati con interessi radicalmente diversi continuino a cercare ciò che ancora li unisce.

Quasi metà dell’umanità sarà rappresentata nella stessa stanza. Alcuni dei partecipanti sono coinvolti in guerre, altri sono rivali strategici, altri ancora appartengono contemporaneamente a organizzazioni che guardano in direzioni differenti.

Il fatto straordinario non è che abbiano già trovato un accordo. È che possano ancora parlarsi. Non è neutralità: è la scelta di mantenere aperti i canali tra mondi che rischiano di non comunicare più.

Il mondo non ha bisogno di un altro blocco che si prepari alla prossima guerra. Ha bisogno di luoghi nei quali la prossima guerra possa ancora essere evitata. È per questo che Delhi conta.

Scritto da: Giornale Radio

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