Il Corsivo

Si sa come inizia e non come finisce

today23 Marzo 2026

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Scritto da Ferruccio Bovio

L’idea che le guerre si sa come inizino, ma non come finiscano, mostra più che mai la sua pe-renne attualità proprio nel caso dell’attacco isa-raelo – americano del 28 febbraio all’Iran. Certamente, gli intensi bombardamenti alle strut-ture militari, l’affondamento pressoché totale del-la flotta navale, l’uccisione di numerosi alti esponenti del regime – su tutte quella di Ali Khamenei – hanno confermato la formidabile ef-ficacia distruttiva dei due eserciti più tecnologici e avanzati del Pianeta. Musica celestiale, dunque, per le orecchie di quanti attendono, da ormai 47 anni, che uno dei regimi più odiosi della storia si decida, finalmen-te, a farsi da parte. Tuttavia, ci pare che, al di là degli indubbi successi ottenuti sul campo di bat-taglia e di alcune trionfalistiche dichiarazioni del-la Casa Bianca, resti, comunque, ancora irrisolto un problema fondamentale che investe tutta questa vicenda bellica: e cioè, quello di capire quali siano realmente le intenzioni di chi ha dato inizio alle ostilità.

Come ogni volta che a condurre i giochi è Trump, il compito di chi cerca di trovare risposte esau-rienti è tutt’altro che facile: il Tycoon, come suo solito, ha, infatti, continuato a variare l’esposizione delle sue finalità con dichiarazioni contraddittorie ed improvvisate da un giorno all’altro…mentre da Netanyahu – che forse ha le idee un po’ meno confuse del suo sodale – più di qualche accenno all’imminente liberazione del popolo persiano non è arrivato. Probabilmente Trump sperava che la repubbli-ca islamica, ridotta allo stremo dai tremendi colpi subiti, accettasse rapidamente di scendere a più miti consigli e finisse, in sostanza, per stabilire, con gli Stati Uniti, una sorta di collaborazione simil venezuelana. Ma la sua era soltanto una pia illusione, incapace di tenere conto delle pro-fonde differenze ideologiche e strutturali che sussistono tra un regime laico e fondato essen-zialmente sulla corruzione come quello di Madu-ro e quello degli ayatollah che si alimenta, inve-ce, di un sacro furore teocratico e (a suo modo, si intende) missionario.

Pertanto, ci stupiremmo davvero se, prima o poi, gli eredi di Khomeyni e di Khamenei si riducessero a negoziare seria-mente con il “Grande Satana” americano, met-tendo così, di fatto, in discussione la loro stessa ragione di essere. E qui, entra in causa l’incapacità dell’attuale amministrazione americana nel mettere a fuoco le specificità culturali dei suoi interlocutori, cata-logandoli tutti come soggetti indifferenziati, su-scettibili di cedere alle stesse pressioni ed orien-tati a ragionare esclusivamente in termini di van-taggi economici: quasi fossero tutti fatti della stessa materia di cui sono fatti gli interlocutori newyorkesi con i quali Witkoff e Kushner sono abituati a parlare di affari immobiliari…Al contrario, per i dirigenti iraniani, ciò che conta sopra ogni altro tipo di considerazione è, invece, la “missione” rivoluzionaria che essi si sono dati da ormai quasi mezzo secolo. L’utile economico – per quanto non del tutto disprezzabile, visti i patrimoni accumulati all’estero da certe “guide supreme” – è, pertanto, un aspetto sostanzial-mente secondario, rispetto al complesso di valo-ri assoluti di cui si compone la rivoluzione palin-genetica sciita. Stiamo, pertanto, sfortunatamen-te parlando di una prospettiva dogmatica e reli-giosa completamente avulsa rispetto alla perce-zione geopolitica che caratterizza l’Amministrazione Trump, così incline, invece, ad inquadrare la politica internazionale in cate-gorie prevalentemente ispirate al pragmatismo, alle “carte da giocare” ed al tornaconto finanzia-rio.

Scritto da: Ferruccio Bovio


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