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Iran, comandante Unifil Libano: “Accertamenti dopo morte caschi blu, c’è preoccupazione ma missione va avanti”

today31 Marzo 2026

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(Adnkronos)

Scritto da Giornale Radio

Unifil sotto attacco, parla all’Adnkronos il generale di Divisione Diodato Abagnara, dal 25 giugno scorso comandante della ‘United Nations Interim Force in Lebanon’, la forza Onu di interposizione in Libano: “La morte dei tre caschi blu del contingente indonesiano è una tragedia. Stiamo facendo tutti gli accertamenti per arrivare già entro questa settimana ad avere una possibile analisi finale di quanto è accaduto”.

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Unifil sta vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia. In questo scenario di guerra è ancora possibile assicurare le funzioni di interposizione e peacekeeping all’origine della missione?

“La situazione ha registrato un’escalation improvvisa dal 2 marzo. Questo non è un conflitto tra due Stati, è un conflitto tra lo Stato di Israele e le milizie di Hezbollah, che vogliono mantenere il controllo del Sud e che anche il governo libanese ha bandito come milizie irregolari. Noi siamo nel mezzo, a garantire la protezione delle nostre truppe, il supporto alla popolazione civile, il libero accesso alle agenzie umanitarie, una forma di contatto tra le parti, le forze armate israeliane e le forze armate libanesi, affinché si arrivi a una cessazione delle ostilità. La parte militare svolge un compito sul terreno, ma è altrettanto importante che ci sia una soluzione di carattere politico. Sicuramente l’attacco a un convoglio, ma anche a una base Unifil, rappresentano una violazione del diritto internazionale, visto che i caschi blu servono per la pace e per la stabilità. Ciò non toglie che il nostro compito rimanga sempre lo stesso. L’implementazione della risoluzione 1701 è un impegno delle parti. Ed io sono qui a supportarle affinché si raggiunga questo impegno. Indipendentemente dalle considerazioni che considerazioni che ci possono essere a livello politico o a livello militare, noi oggi siamo l’unica entità presente nel Sud, perché le forze armate libanesi hanno, in accordo con le disposizioni governative, fatto indietreggiare le loro posizioni per evitare un confronto diretto con le forze armate israeliane”.

Cosa si può dire sulla morte dei tre caschi blu indonesiani?

“Stiamo svolgendo tutte le indagini, così come è previsto dalle linee guida delle Nazioni Unite, però naturalmente ogni tipo di ‘investigation’ necessita di un processo che è di natura tecnica e che ci permette di avere una chiara visione di chi ha colpito, quale è il munizionamento usato, per poter arrivare a una risposta. Naturalmente sotto i continui bombardamenti ciò risulta più difficile. Però noi contiamo di avere una possibile analisi finale entro questa settimana da riportare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite”.

 Alla luce di tutto questo, è ipotizzabile un rinnovo della missione oppure si va verso un ritiro?

“Questa è una prima occasione per ringraziare il governo, il ministro della Difesa, il capo di Stato maggiore della Difesa e il comando di Vertice interforze per il supporto a questa missione che vede gli italiani il primo contingente internazionale. Aggiungo una cosa fondamentale: noi abbiamo un mandato per svolgere questa attività fino alla fine dell’anno. Nella risoluzione approvata lo scorso anno c’è scritto in maniera evidente che il segretario generale agli inizi del mese di giugno, precisamente il primo di giugno, porterà all’attenzione del Consiglio di Sicurezza eventuali soluzioni per un dopo Unifil ed eventuali opzioni per poter continuare l’implementazione della 1701, il framework più importante su cui si basa oggi una possibile soluzione del conflitto. L’importante, almeno dal mio punto di vista, è continuare a garantire una presenza costante sul terreno, a incrementare le norme di sicurezza per la nostra salvaguardia e a supportare la popolazione, che ama Unifil e soprattutto gli italiani, perché la missione è stata sempre nel tempo una condizione di stabilità. Storicamente le forze armate libanesi erano presenti nel sud del Libano, ma non in così grande numero. E quindi le persone, ormai da anni, sono abituate a vedere le truppe Unifil sul terreno. Noi non siamo una missione di carattere umanitario, però i progetti a supporto della popolazione, lo sforzo dei diversi contingenti, e mi piace dirlo, primo fra tutti quello italiano, hanno portato a una fiducia reciproca tale da poter essere guardati come un elemento di stabilità e di sicurezza, di assoluta certezza che la pace e la stabilità dipendono non esclusivamente, ma sicuramente molto dal supporto delle truppe Unifil”.

Secondo lei che scenario ci dobbiamo aspettare? Che cosa si sta prospettando all’orizzonte?

“Sicuramente la base di partenza che ha causato questo conflitto è legata all’attacco del 2 marzo, quando sono stati lanciati alcuni missili contro lo Stato di Israele. Da lì è iniziata l’escalation. Io mi aspetto che questa situazione possa trovare una soluzione a livello politico per poter implementare sul terreno una possibilità, in primis di cessazione dell’ostilità, in secondo luogo, del ritorno di tutti i rifugiati che ormai hanno lasciato la maggior parte del sud per dirigersi verso nord. Sicuramente l’attacco a una base Unifil è un attacco nei confronti della comunità internazionale perché Unifil è l’espressione di 48 Paesi, non solo dei singoli Stati. Io conto su una forza di circa 8 mila uomini, ma conto anche sul contributo di 48 Paesi, europei e non, che garantiscono la loro presenza in supporto alla risoluzione e che permettono sul terreno di avere quella presenza che oggi è l’unica ad essere visibile nel sud. Io mi aspetto che tecnicamente ci possa essere una de-escalation. Quotidianamente lavoro, sono in contatto con le parti, le forze armate libanesi, il governo libanese, le forze armate israeliane, anche autorità politiche israeliane, perché sicuramente la stabilità non passa attraverso le armi ma attraverso il dialogo”.

In queste settimane sono sempre di più le ore che i caschi blu passano nei bunker. Come hanno reagito i nostri militari a questa situazione sempre più precaria? Quanto sta accadendo influisce sugli obiettivi della missione?

“Per me, e lo dico con onestà, i miei uomini e le mie donne sono come una famiglia. Li vedo sul terreno e mi riempio di orgoglio. Noi qui rappresentiamo la speranza di pace. Io stesso, quando vedo sventolare la bandiera delle Nazioni Unite, vedo un faro. Perché quella bandiera blu segna la pace. Non è un semplice vessillo e vederla in alto nel cielo dà una grande soddisfazione. Quando guardo gli italiani negli occhi, adesso la Brigata Sassari e prima la Brigata Taurinense, posso scorgere quel senso di umanità che contraddistingue la nostra forza. Se si percepisce che il fatto di stare nei bunker, quando c’è un imminente pericolo, è sinonimo di sicurezza, si ha la spinta necessaria per poter operare anche fuori. Perché il militare crede che la pace sia possibile e i nostri italiani credono che la stabilità e la pace passino attraverso il loro lavoro. Le loro famiglie anche nella preoccupazione cercano di stimolarli, i loro figli li aspettano. Ciascuno di noi cerca di dare il proprio contributo per la grande causa che è la pace. Che non è qualcosa di astratto ma è qualcosa che si costruisce sul terreno, giorno dopo giorno. E in questo i nostri militari hanno un cuore immenso. Poi, certo, il momento un po’ così capita, perché la paura è l’altra faccia del coraggio. Però, se si riesce ad armonizzare la capacità di fare le cose per bene, con la massima capacità, la massima protezione, con la lungimiranza di vedere là dove ci possa essere qualche pericolo, e si cerca di essere lucidi, allora tutto viene nel modo migliore. E poi, come si dice in Cavalleria, i nostri soldati lanciano sempre il cuore oltre l’ostacolo. E questo mi rende orgoglioso, perché sono un comandante di Unifil, ma sono un comandante italiano. Il morale è alto. Questo mi rende orgoglioso e mi fa piacere. Ciò non significa che le persone o i soldati non siano preoccupati. La preoccupazione è anche motivazione per poter fare al meglio il proprio lavoro, con dedizione e professionalità. Oggi gli italiani rappresentano un esempio, ci credo fermamente, li vedo negli occhi. Tra un comandante e i suoi uomini non c’è bisogno di parole”.

È preoccupato?

“Il giusto. Però con la lucidità di poter fare tutto ciò che serve per poter garantire protezione e supporto. La gente ci guarda con ammirazione sul terreno. Ed è un monito per tutti gli altri a credere che la pace sia possibile. Ci tengo a dire che manterremo alta la bandiera perché questo è il nostro lavoro, perché ci crediamo veramente, perché quella bandiera blu segna la pace”. ( di Silvia Mancinelli)

Scritto da: Giornale Radio

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