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Ue, Cavedagna (FdI): “Prima sostenibilità economica, poi ambientale. Con Meloni e Merz fuori dal pantano”

today24 Marzo 2026

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(Adnkronos)

Scritto da Giornale Radio

La vera svolta per l’industria europea passa da una revisione integrale del Green Deal e dal nuovo asse Roma-Berlino, in grado di rimettere al centro la competitività manifatturiera. Questo il messaggio che lancia Stefano Cavedagna, eurodeputato di Fratelli d’Italia e membro della commissione per il Mercato interno (Imco) al Parlamento europeo, che nel corso di un’intervista a Eurofocus di Adnkronos analizza i limiti della preferenza europea negli acquisti pubblici.

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Cavedagna sottolinea che il concetto di competitività Ue, come richiamato dallo stesso Mario Draghi, “è rimasta un po’ lettera morta” vista la carenza di azioni legislative nell’ultimo anno e mezzo di mandato Ue, “soprattutto da parte delle famiglie politiche che lo sostenevano”. La rinata intesa tra la premier Giorgia Meloni e il cancelliere Friedrich Merz vuole invertire la rotta, facendo leva sulla convergenza tra le “principali nazioni industriali manifatturiere d’Europa”: un’intesa che l’eurodeputato considera “fondamentale per condurre l’Europa fuori da questo pantano di lacci e lacciuoli che si è sostanzialmente imposta da sola, diventando non competitiva”.

Il nodo Ets e il costo del Green Deal

Al centro dell’agenda deve esserci la revisione del sistema di scambio delle emissioni (Ets), che Cavedagna definisce “una vera e propria tassa” capace soltanto di “far perdere competitività alle nostre imprese”, costringendole ad aumentare i prezzi e, alla lunga, a ridurre la produzione o a chiudere. L’esempio che porta è il distretto della ceramica, settore energivoro “in grande sofferenza” per via degli oneri legati alla transizione green. Il problema investe anche l’automotive, con il declino in borsa dei grandi gruppi europei come Volkswagen e Stellantis che si scarica su tutta la filiera che rifornisce i grandi produttori europei. “O noi comprendiamo che la sostenibilità ambientale deve innanzitutto avere una sostenibilità economica, o diventiamo non competitivi”, è il suo avvertimento. Una posizione che si traduce in una linea politica precisa: la revisione del Green Deal non va letta come un arretramento, ma come una precondizione per qualsiasi seria politica industriale europea.

La ricetta: pragmatismo, non statalismo

Sul tema della preferenza europea, ossia che percentuale di “Made in Europe” richiedere in determinate classi di prodotti, Cavedagna rifiuta la logica degli estremi. Non è favorevole a un meccanismo rigido come quello ipotizzato da Parigi, con requisiti di contenuto locale al 100%, né a un laissez-faire totale. La sua bussola è “la pragmaticità, il realismo politico, la sostenibilità economica”: tutelare ciò che gli europei possono produrre, garantire l’accesso a ciò che non possono, e usare gli strumenti pubblici per creare domanda. “Laddove c’è un prodotto che gli europei possono produrre, è giusto tutelarlo, è giusto creare un ambiente positivo. Dove non c’è reale possibilità di approvvigionarsi europea, è opportuno creare incentivi che valorizzino la sostenibilità, la tracciabilità e il valore europeo”.

Questo si traduce concretamente nel public procurement: gli appalti pubblici devono diventare uno strumento per stimolare la domanda interna e rafforzare le filiere strategiche. Un principio che, per Cavedagna, è del tutto compatibile con l’economia di mercato. “Noi non siamo statalisti, quindi non intendiamo arrivare a creare una condizione nella quale si uccide il libero mercato. Sicuramente non vogliamo creare dei piani quinquennali come fece Stalin”. L’Italia, ricorda, è oggi il quarto esportatore globale: “quando è competitiva, può fare grandi cose e può continuare a crescere”. Il compito dell’Ue è creare le condizioni perché quella competitività venga espressa: togliendo ostacoli, non aggiungendone.

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