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Ungheria: esperto Demény, ‘Magyar può vincere, vero rischio è dopo voto’

today10 Aprile 2026

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(Adnkronos)

Scritto da Giornale Radio

Meno due giorni alle elezioni ungheresi, occasione che secondo i sondaggi indipendenti è la migliore possibilità di detronizzare Viktor Orbán, in carica da sedici anni, e invertire la rotta illiberale del Paese europeo. A sfidare il premier è Péter Magyar, ex membro del suo partito Fidész, oggi a capo di Tisza, che negli ultimi due anni è emersa come forza principale di opposizione. E le ultime proiezioni “suggeriscono che possiamo aspettarci una vittoria di Tisza, persino a larga maggioranza”, spiega all’Adnkronos Richárd Demény, analista del Political Capital Institute di Budapest. Il sistema elettorale ungherese premia il partito più grande, sottolinea, avvertendo che non basterà una semplice vittoria per porre fine al “regime” orbaniano.

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L’esperto spiega l’ascesa “meteorica” di Magyar con una combinazione di tempismo, strategie oculate e impegno sul terreno. Il politico è uscito da Fidész dopo lo scandalo del 2023, esploso dopo che l’allora presidente e stretta alleata di Orbán Katalin Novák ha graziato un uomo vicino al partito e condannato di aver insabbiato abusi sessuali su minori avvenuti in un ente statale. Il perdono era stato co-firmato anche dalla ministra della giustizia ed ex moglie di Magyar, Judit Varga, che pochi mesi dopo ha rassegnato le dimissioni insieme alla presidente. Da allora il candidato premier ha fatto incessantemente campagna in tutto il Paese, anche nelle roccaforti rurali di Fidész, ignorando la vecchia opposizione e parlando tanto ai delusi Fidész quanto agli elettori progressisti e arrivando a sfiorare il 30% alle europee del 2024.

Demény evidenzia il risultato dell'”instancabile” tour di Magyar: se negli ultimi sei mesi Tisza e Fidész erano testa a testa, ora quest’ultimo ha “consolidato un vantaggio stabile”: un risultato “notevole” considerando che si tratta di un semplice eurodeputato contro un premier in carica da anni. Il sostegno che ha attratto il candidato è diffuso sia geograficamente che tra le diverse fasce demografiche, e “non è un caso che trascorra più tempo nelle aree rurali che nella capitale”. Inoltre Magyar si è distinto da Orbán, che ha centrato la propria campagna elettorale su temi esteri quali Ucraina, Russia e Usa, concentrandosi sui problemi quotidiani, cogliendo l’importanza del “pessimo stato dei servizi pubblici”, tema che ha presa anche sull’elettorato di Fidész.

Orbán gioca la carta della guerra, Magyar il ‘populismo tecnocratico’

Viceversa, i temi di politica interna sono andati via via sparendo dalla campagna di Orbán negli ultimi mesi. “Ma non è un caso: negli ultimi quattro anni abbiamo visto che il governo Orbán vuole creare una psicosi di guerra, perché ha già inquadrato le ultime elezioni europee come una scelta tra pace e guerra, vita o morte. Hanno davvero puntato sulla minaccia esistenziale che potrebbe abbattersi sull’Ungheria”, spiega l’analista del centro studi ungherese. “Orbán continua a ripetere che l’Ue vuole trascinare l’Ungheria nella guerra. E l’unico e solo protettore da questa minaccia è il primo ministro stesso”. Così l’Ucraina è lentamente diventata il nemico principale, e – complice la presa orbaniana sui media statali e privati – l’immagine del Paese e del presidente Volodymyr Zelensky, trascinato dalla propaganda al livello dell’omologo russo Vladimir Putin, sono lentamente peggiorate agli occhi degli ungheresi.

Tuttavia, la tendenza si è invertita rispetto a settembre 2025. “L’opinione pubblica ungherese non risponde così fortemente a questa minaccia come vorrebbe il governo: potrebbe essere stato un errore di calcolo”, continua l’esperto. Non sembrano funzionare appieno i video del governo, generati con l’intelligenza artificiale, che puntavano a far leva sul senso di insicurezza degli elettori, mescolando il “nemico” ucraino con Tisza e le istituzioni Ue, con Magyar spesso descritto come un burattino di Zelensky e Ursula von der Leyen. Viceversa, il leader dell’opposizione ha parlato poco di politica estera, “ma si è anche posizionato come avverso sia al presidente Zelensky che al presidente Putin, riflettendo davvero l’opinione pubblica su quei due leader”.

L’analista descrive la retorica di Magyar come populista e anti-establishment, ma con una variante tecnocratica. “Vuole creare la narrativa di essere dalla parte dell’ungherese comune in conflitto con l’élite corrotta del regime Orbán. Ma allo stesso tempo si circonda di ex imprenditori e vuole essere percepito come qualcuno che può aggiustare il Paese”, spiega. Il motto del partito, “un’Ungheria che funziona”, riassume bene questa ambizione. “Ha raggiunto un livello di competenza agli occhi degli elettori tale da essere considerato capace di risolvere i problemi dell’Ungheria”. Ma il successo della sua agenda, in caso di vittoria, dipenderà dall’ampiezza del margine di voti con cui Magyar riuscirà a superare Orbán.

La partita dei margini e lo spazio di manovra

La soglia critica è di 133 seggi su 199: i due terzi necessari per la “supermaggioranza” con cui è possibile cambiare la costituzione. In quel caso, spiega Demény, “possiamo aspettarci riforme istituzionali profonde” e una chance migliore per Magyar di sfidare le figure pro-Fidész ai vertici delle istituzioni ungheresi. “Si tratterebbe di trasformare l’Ungheria da regime illiberale a liberale: un reset completo”. È sulla lotta alla corruzione endemica che la supermaggioranza diventa indispensabile, prosegue l’analista, sottolineando che la procura ungherese “ha mostrato una sistematica riluttanza a perseguire gli uomini di Fidész”.

Con una maggioranza significativa, compresa tra 110 e 132 seggi, il quadro è diverso ma non privo di margini d’azione, con Tisza che può portare a termine la maggior parte delle promesse su sanità, trasporti, aggiustamenti di bilancio e persino allentare la presa di Fidész sulla sfera mediatica. Rientrerebbe in questa categoria anche lo sblocco dei fondi Ue congelati, essendo legato principalmente a condizioni di trasparenza e anticorruzione che non richiedono modifiche costituzionali, continua l’esperto. Questa è una priorità assoluta per Magyar, che punta a “reimpostare” le relazioni tra Budapest e Bruxelles e “portare l’Ungheria a essere un membro costruttivo e credibile sia dell’Ue che della Nato”, ponendo fine alla pratica orbaniana di ostacolare o porre veti deliberati per rallentare il processo decisionale europeo.

Sul fronte energetico, punto cruciale della campagna di Orbán, il candidato dell’opposizione ha promesso di eliminare la dipendenza dal gas russo entro il 2035: una scadenza più generosa della tabella di marcia europea, ma interpretata dall’analista come una mossa “per prevenire la campagna diffamatoria di Fidész, mostrando al contempo l’impegno ad allontanarsi dal Cremlino”. Sul versante est, Magyar “ha già detto che non fornirà supporto diretto all’Ucraina in termini militari o finanziari”, prosegue, sottolineando che non ci si può aspettare che renda subito l’Ungheria “uno Stato Baltico”, duramente opposto a Putin, ma che punta a un graduale allontanamento da Mosca. “Sulla Cina non possiamo aspettarci grandi cambiamenti nelle relazioni: è stato davvero silenzioso su questi argomenti”. E si è ben guardato dal criticare l’amministrazione di Donald Trump, per “passare inosservato e perseguire una relazione più costruttiva”.

Il rischio post-voto: leggi blindate e ricorsi alla Corte

I veri problemi potrebbero materializzarsi non il giorno delle elezioni, ma nelle settimane successive. Tra il voto e il 12 maggio, data entro cui la legge ungherese prevede la formazione del nuovo governo, si apre una finestra in cui il Parlamento uscente ha la capacità di indire sedute straordinarie e modificare leggi a piacimento. “Anche se vedono di non poter cambiare il risultato, possono rendere le cose il più difficile possibile per il nuovo governo”, avverte Demény. Tra le opzioni sul tavolo: spostare determinate materie legislative nella categoria che richiede una supermaggioranza, rafforzare le prerogative della procura sottraendola alla supervisione parlamentare, irrigidire le procedure di bilancio. “Questo periodo di transizione non è quello di una tipica democrazia liberale. Questa è un’autocrazia dell’informazione. Questo è un regime illiberale”.

C’è poi uno scenario ancora più destabilizzante: la contestazione dei risultati. Fidész ha già costruito la narrativa dell’interferenza ucraina e dell’Ue nella campagna elettorale, con tanto di “prove” fabbricate e amplificate dal Cremlino su presunti finanziamenti e complotti Ue pro-Tisza. Narrativa che finora non sembra essere stata efficace nello spostare elettori, ma “è sufficiente gettare il dubbio sull’integrità delle elezioni se il margine è risicato”, osserva l’analista. Una percentuale inferiore al 5% potrebbe essere sufficiente a innescare ricorsi alla Kuria, la Corte Suprema, e alla Corte Costituzionale, composta da giudici vicini a Fidész, in un ping-pong che potrebbe allungarsi a tempo indeterminato e persino portare il precedente rumeno, basato su prove legittime, di annullamento delle elezioni a causa di influenza estera.

L’ombra della Russia

Sullo sfondo della contesa elettorale si staglia il Cremlino, che “considera l’Ungheria un asset vitale nella sua guerra ibrida contro l’Occidente”, ricorda Demény. “Ed è nell’interesse di Putin fare tutto il possibile per il primo ministro Orbán.” Durante la campagna sono state documentate reti di bot che diffondevano contenuto diffamatorio contro Magyar, l’attività della Social Design Agency, azienda legata al Cremlino, che avrebbe elaborato piani per incrementare il consenso di Fidész. Stando al Washington Post, persino la proposta da parte dei servizi esteri russi (Svr) di un’operazione per influenzare il sentimento pubblico attraverso un finto attentato al premier. C’è poi il caso del “convoglio dell’oro ucraino” sequestrato dalle forze antiterrorismo ungheresi, su cui sarebbero circolate foto fabbricate da agenti russi. “Non possiamo essere certi che vi sia coordinamento”, sottolinea l’analista, “ma possiamo dire che la Russia ha fatto tutto il possibile per fornire supporto al primo ministro Orbán”.

Voto nascosto e scenario Orbán bis, “il regime non si ammorbidisce”

Esiste un ultimo serbatoio di voti pro-Fidész che i sondaggi faticano a catturare, aggiunge l’esperto. Nelle elezioni passate, tra compravendita di voti, intimidazione ed elettori raggiunti da influenza esterna, il partito ha potuto contare su una riserva silenziosa stimata tra 300.000 e 400.000 voti, ossia il 4-5% dell’elettorato, proveniente dalle fasce più povere della popolazione, compresa la comunità Rom. “Non si tratta di nuovi elettori, Fidész non può accrescere questo numero. Ma questi elettori sono già nei registri del partito. Il giorno delle elezioni, qualcuno li chiama”. Demény descrive una dinamica simile a quella degli elettori nascosti di Trump, “persone che non vogliono condividere le proprie opinioni pubblicamente, ma che si presentano alle urne”. Un recente documentario ha portato molta attenzione pubblica sull’argomento, e “forse la pubblicità aiuta a mitigare questo rischio, ma può ancora accadere”. E con un margine risicato, potrebbe fare la differenza.

L’ultimo avvertimento lanciato da Demény riguarda il rischio di un’altra vittoria di Orbán, che “può diventare più autoritario di quanto non già non sia”. Se l’effetto del sistema elettorale dovesse tradursi in una maggioranza relativamente ampia per Fidész, l’analista di Political Capital si aspetta che il partito raddoppi gli sforzi per rendere l’Ungheria ancora più illiberale. A partire dall’imposizione di una legge sulla trasparenza di stampo russo, “che renderebbe impossibile per la società civile accettare sovvenzioni Ue, per esempio”. L’esperto chiude con quello che ritiene “il punto più importante” che il pubblico internazionale deve capire: “questo regime non si ammorbidisce. Quello che abbiamo visto, mandato dopo mandato, è che diventa sempre più illiberale”.

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