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“Militari disposti a vendersi per il costo di una Panda”: Marco Mancini shock sul caso Biot e le spie che umiliano l’Italia

today10 Luglio 2026

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“Militari disposti a vendersi per il costo di una Panda”: Marco Mancini shock sul caso Biot e le spie che umiliano l’Italia

Il mondo dell’intelligence italiana trema sotto il peso di tradimenti che sembrano usciti da un romanzo di serie B, ma con conseguenze reali per la sicurezza dello Stato. Marco Mancini, ex dirigente del controspionaggio con una carriera iniziata ai tempi del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, non usa giri di parole per descrivere lo sconcerto davanti ai recenti casi di spionaggio.

Al centro della riflessione c’è la figura di Walter Biot, il tenente colonnello della Marina Militare condannato a quasi 50 anni di carcere per aver venduto documenti classificati ai russi.

La vicenda è stata analizzata durante l’intervista a L’Attimo Fuggente con Luca Telese e Giuliano Guida Bardi, in onda su Giornale Radio, dove Mancini ha sottolineato come la capacità operativa nazionale appaia oggi pericolosamente sbiadita rispetto al passato.

Il prezzo della Panda e il declino morale

Ciò che ferisce profondamente il prestigio delle forze armate non è solo l’atto del tradimento, ma la miseria economica del compenso ricevuto in cambio della fedeltà alla Patria.

Ufficiali con una formazione d’élite e una missione precisa si sarebbero svenduti per cifre irrisorie, umiliando l’istituzione che rappresentano.

Veramente sono molto deluso da questa situazione”, confessa Mancini parlando dei militari coinvolti.

L’ironia amara dell’esperto punta direttamente al valore della transazione: “Il fatto è che la Panda costa molto di più di quello che la stampa dice che i russi hanno dato a queste persone”.

Il giuramento prestato sembra essere diventato per alcuni un pro forma da dimenticare davanti a poche migliaia di euro pagate a rate.

Quando l’Italia sventò l’attentato di Beirut

Esiste un’altra intelligence, quella che Mancini definisce controspionaggio offensivo, capace di prevenire le minacce andando a colpirle alla radice prima che tocchino il suolo nazionale.

Il ricordo corre al 2004, un anno che avrebbe potuto segnare una ferita indelebile per il Paese se i servizi non avessero agito d’iniziativa.

Abbiamo sventato l’11 settembre italiano a Beirut facendo arrestare 42 terroristi di Al-Qaeda che volevano piazzare 300 kg di esplosivo alla nostra ambasciata”, rivela Mancini.

Quell’operazione fu il frutto di una cultura che puntava occhi e testa laddove tutto appariva calmo, anticipando le mosse del nemico per evitare che l’Italia subisse tragedie simili a quelle di altri partner internazionali.

Il fallimento della riforma del 2007

La perdita di efficacia degli apparati di sicurezza non sarebbe casuale, ma legata a scelte strutturali che avrebbero depotenziato l’azione sul campo.

Mancini punta il dito contro la riforma del 2007, che ha diviso nettamente le competenze tra estero e interno, creando compartimenti difficili da coordinare.

È difficile non compromettere una capacità operativa forte quando si separano le attività fra l’estero e l’interno”, spiega l’ex dirigente.

Il risultato, secondo Mancini, è un sistema che fatica a intercettare minacce capaci di muoversi liberamente tra i confini, come dimostrerebbe il caso di Almasri, soggetto pericoloso entrato in Italia senza che nessuno se ne accorgesse.

L’intelligence delle badanti e i segnali ignorati

Un esempio di questa miopia strategica riguarda, secondo Mancini, l’incapacità dell’Occidente di prevedere l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

L’ex dirigente suggerisce provocatoriamente che le informazioni necessarie fossero già sotto gli occhi di tutti, nelle case di migliaia di italiani.

In Italia all’epoca c’erano 150.000 badanti ucraine, perché non avvicinare queste persone e chiedere se avessero notizie dai loro parenti al fronte?”, si domanda.

Non si tratta di una semplice battuta, ma della necessità di recuperare i metodi tradizionali di ricerca delle informazioni, che i sistemi satellitari o cibernetici non possono sostituire del tutto.

L’intelligence, nella visione di Mancini, deve tornare a saper leggere tra le righe e interpretare gli spazi bianchi tra i fatti.

Ripristinare la cultura del controspionaggio

Il panorama attuale, segnato da infiltrazioni russe diffuse in tutta Europa, richiede secondo Mancini un ritorno immediato alla ponderazione e alla segretezza assoluta.

Il controspionaggio dovrebbe tornare a essere una struttura forte e unitaria, capace di proteggere non solo i segreti militari, ma anche le aziende leader mondiali, costantemente nel mirino dei servizi stranieri.

Il rischio è che, senza una reazione decisa, la sicurezza nazionale continui a essere messa in pericolo da vulnerabilità personali e da un sistema di controllo che Mancini considera ormai privo della necessaria incisività.

Bisogna ricominciare a parlare con le persone e a presidiare i confini della legalità con la stessa determinazione che in passato ha salvato vite umane.

In sintesi

  • Caso Biot: Walter Biot è stato condannato a quasi 50 anni per aver venduto segreti militari ai russi.
  • Prezzo del tradimento: Marco Mancini denuncia l’umiliazione di ufficiali che si sarebbero venduti per cifre inferiori al costo di una Fiat Panda.
  • Beirut 2004: Mancini ricorda un’operazione di controspionaggio offensivo che avrebbe sventato un massiccio attentato di Al-Qaeda contro l’ambasciata italiana.
  • Riforma del 2007: l’ex dirigente critica la divisione tra competenze interne ed estere, accusata di aver indebolito l’efficacia operativa dell’intelligence.
  • Fonti umane: per Mancini, i servizi devono recuperare la capacità di parlare con le persone e leggere i segnali deboli prima che diventino emergenze.

FAQ

Cosa intende Mancini per controspionaggio offensivo?

È la capacità dei servizi di prendere l’iniziativa e individuare le minacce potenziali prima che diventino attacchi concreti alla sicurezza nazionale.

Qual è la critica principale rivolta all’intelligence attuale?

Mancini ritiene che si sia persa la capacità di leggere tra le righe e di utilizzare fonti umane dirette per prevenire eventi strategici, come l’invasione dell’Ucraina.

Perché Mancini critica la riforma del 2007?

Perché, secondo la sua analisi, la separazione tra intelligence interna ed estera avrebbe reso più difficile il coordinamento operativo contro minacce ibride e transnazionali.

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