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Alberto Tomba: “Milano Cortina al via, saremo pronti. Italia invidiata da tutto il mondo”

today19 Gennaio 2026

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(Adnkronos)

Scritto da Giornale Radio

Ci sono stati anni con domeniche scandite dai suoi impegni. Pranzi dalla nonna, tv accese, divani pieni, urla forti e braccia alzate a fare il tifo. Alberto Tomba ha preso per mano più generazioni e le ha fatte innamorare dello sci con classe in pista e uno stile dirompente fuori. Ha segnato un’epoca ed è diventato un mito, uno degli sportivi italiani più grandi. Ha vinto ori olimpici, mondiali, Coppe del mondo, fermato addirittura Festival di Sanremo e creato una schiera di ‘seguaci’. E guai a chiamarli follower, visto che i social proprio non gli piacciono. Oggi, a 59 anni, ogni tanto ripercorre i suoi momenti d’oro, tra un aneddoto e l’altro e il gusto sempre vivo per il racconto. L’Adnkronos lo ha incontrato nella presentazione di ‘Legend Reimagined’ di Salvatore Ferragamo, di cui è brand ambassador: “Un vincente – racconta in esclusiva – deve essere elegante, sempre. Da emiliano è matematico che mi piaccia avere un certo stile. Mio papà aveva un negozio di abbigliamento nel centro di Bologna. Ce l’ho nel sangue”.

Alberto, di recente si è raccontato con l’autobiografia “Lo Slalom più lungo” (Sperling & Kumpfer). Perché?

“Tanti conoscono i miei slalom, ma questo è un po’ più lungo e dettagliato. Per chiudere il libro ho lavorato molto e sono soddisfatto anche per qualche chicca. Dentro c’è una raccolta di foto. E la copertina può diventare un poster, una cosa pensata per i più giovani”.

Qual è stato il suo slalom più lungo?

“Ho smesso 28 anni fa. Il mio slalom è durato dal 1986 al ‘98, ma 12 anni di vittorie sono passati velocemente”.

I numeri tornano spesso nelle pagine. Da dove nasce questa tendenza?

“Dai pettorali di gara, mi piaceva giocarci. Mettevo insieme le cose. Guardi Calgary ‘88, le mie prime Olimpiadi, numero 1 in gigante e numero 11 in slalom. In mezzo all’11 ho piazzato un +. Uno più uno, uguale due ori. Mi sono divertito tanto anche con i nomi. Calgary dov’è? In Canada, Stato dell’Alberta. Ecco, io lì non potevo tradire”.

E poi, Albertville…

“Olimpiadi invernali 1992, nella città di Alberto. Caso curioso. Oro nello slalom e argento in gigante. Non so se era destino, di certo in quegli anni lì combaciava tutto. Con nomi e numeri mi caricavo. In Francia fu il 6, quello che avevo in gigante. ‘Sei unico, sei grande’ ricordava il mio fan club. Straordinario quel 18 febbraio ‘92, arrivai davanti a Girardelli e a un grande Aamodt su una pista molto tecnica e pericolosa. Un’ora prima la Compagnoni vinse l’oro nel SuperG”.

E per Lillehammer ‘94, in cui conquistò la sua ultima medaglia olimpica, qual è il numero?

“Più che un numero, lì mi colpì una cosa”.

Quale?

“Furono le prime Olimpiadi invernali disputate due anni dopo le precedenti, per allineare i Giochi al calendario del Cio. E ci fu la mia rimonta indimenticabile nello slalom, dal dodicesimo posto. Dopo la prima manche avevo un ritardo di quasi due secondi, vinsi l’argento a soli 15 centesimi dall’austriaco Stangassinger. I norvegesi festeggiarono me e non lui, che aveva l’oro al collo. Ci rimasi un po’, con il –30° della Norvegia non fu una cosa facile da capire. Nel pubblico c’erano pure le renne per il freddo”.

È sempre riuscito a spostare grandi folle e anche a fermarle, come accadde con il Festival di Sanremo, interrotto nel 1988 per la diretta del suo slalom d’oro alle Olimpiadi…

“Se vinci e sei costante c’è tanta gente che si muove, è normale. Con me partì tutto da lì. La chiamavano Tombamania, Albertite. Pure i cronisti erano impazziti”.

La ‘marea’ più iconica a Madonna di Campiglio, nel 1988.

“Quarantamila persone, bloccarono tutto. Strade ferme da Pinzolo a Dimaro, un delirio. Pensi, dopo allora non fecero più la gara di domenica ma di martedì. Avevo il numero 7, arrivai primo”.

Su quella pista, l’iconica 3Tre, ha vinto tre volte…

“Vede, mica lo faccio apposta. L’ultimo successo nel 1995, poche settimane fa ha compiuto 30 anni”.

3Tre, tre per tre uguale nove.

“È un altro numero che mi ha accompagnato. Iniziai con quel pettorale nel ‘Parallelo di Natale alla Montagnetta di San Siro, la Gazzetta scrisse il giorno dopo ‘Un azzurro della squadra B beffa i grandi’. Finii poi con quel numero a Crans-Montana, la mia ultima gara. Nove sono anche le medaglie vinte in carriera, 5 olimpiche e 4 mondiali. E nove sono le Coppe del mondo, otto di specialità e la generale del 1994-95″.

A proposito di San Siro, la aspettiamo per la cerimonia di apertura di Milano Cortina 2026?

“Ok. Va bene”. E sorride.

Che Olimpiadi saranno per l’Italia?

“Spero che siano Olimpiadi sportive, nel vero senso del termine. Giochi leali. Siamo criticati e invidiati da tutto il mondo per questo evento, funziona così. Da italiani arriviamo sempre all’ultimo momento, è tipico. Ma il 6 febbraio, al via, penso che ogni cosa sarà al suo posto. Le piste saranno in condizioni ottimali, speriamo che si risolva tutto anche per qualche strada da sistemare e qualche cantiere ancora aperto”.

L’Italia dello sci guarda soprattutto a Federica Brignone e Sofia Goggia.

“Federica ha vinto alla grande l’anno scorso. Poi ha avuto un brutto infortunio, sta rientrando e ricomincerà a Kronplatz. Speriamo bene. Sofia al momento arranca un po’, ma arriverà in forma per le Olimpiadi. Ci scommetto”.

L’ultimo weekend di Coppa del Mondo ha regalato grandi gioie agli azzurri, con i primi successi di Nicol Delago e Giovanni Franzoni. Magia olimpica?

“Complimenti a Nicol, in discesa a Tarvisio è stata bravissima. E complimenti a un grande Giovanni Franzoni, vittorioso a Wengen nel SuperG. Ha messo dietro anche Odermatt, l’imbattibile. Poi ha chiuso al terzo posto la discesa. Ci siamo scritti su Whatsapp, so che è una carica in più”.

Cosa gli ha detto?

“Se mi batti lo svizzero (Odermatt, ndr), ti faccio un bel regalo. Cose da atleti, insomma”.

Lindsey Vonn è tornata in pista a 41 anni per gareggiare a Cortina e chiudere la sua carriera con le Olimpiadi. Lei ha raccontato di aver fatto, in passato, un pensiero sul ritorno per Torino 2006…

“Lindsey è stata grandiosa. È tornata e ha vinto in Coppa del Mondo dopo anni di stop. Potevate dirmelo che sarebbe andata a finire così. Anche io avrei fatto le Olimpiadi nel 2006 dopo essermi ritirato nel 1998. Avevo solo 39 anni…”.

Da fuoriclasse lei ha reso popolare uno sport prima considerato d’élite, come sta facendo Sinner con il tennis.

“Io a 21 anni ho vinto le Olimpiadi, Sinner a 23 i primi Slam. Complimenti a lui, è fortissimo. Lui e Alcaraz sono grandiosi, da soli al comando. Jannik ha il merito di aver portato il tennis a livelli mai visti in Italia”.

Un po’ come fatto da Tomba con lo sci…

“Qualche somiglianza con Alberto c’è. Io, nato in città, andai a vincere sulle montagne. Jannik è partito dalle nevi ed è andato a vincere in città”. (di Michele Antonelli)

Scritto da: Giornale Radio

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