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Il discorso di Trump al World Economic forum tra gaffe, bugie e smentite

today22 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Davos assiste attonita a un intervento fuori controllo: Trump si dilunga, si contraddice e resta isolato tra affermazioni infondate e scivoloni diplomatici.

Aveva 45 minuti a disposizione, ma Donald Trump al World Economic Forum di Davos ne ha impiegati ben 72 per insultare, minacciare, confondere paesi, mentire, essere smentito. “Tutto quello che chiedo è un pezzo di ghiaccio in cambio della pace mondiale”, dice Trump e poco dopo confonde la Groenlandia con l’Islanda.

“Non ci crederete ma mi piace Emmanuel”, sostiene il tycoon riferendosi a Macron, dopo averlo criticato e subito dopo elogiato. “Sta all’Europa risolvere la guerra in Ucraina, non agli Stati Uniti”, afferma Trump che annuncia un vertice con Zelensky non in agenda, tanto che Kiev lo smentisce in pochi minuti. E ancora. “Gli Usa sono stati trattati molto male dalla Nato“, annuncia il presidente americano dimenticando che proprio gli Stati Uniti sono stati il cuore pulsante dell’Alleanza atlantica.

La solitudine di Trump

Mai come a Davos si è avuta la percezione di quanto sia solo Trump nel panorama internazionale. Il pubblico resta ammutolito quando il presidente americano si autoelogia ad un anno dell’inizio del suo mandato, ben conscio che nulla delle cose elencate sono state realizzate specie quando viene evocato un sedicente boom economico degli Stati Uniti.

Ancor più sbigottita rimane la platea di Davos durante la parte sulla Groenlandia. Il pubblico è silente e non applaude quando Trump prende di mira le politiche climatiche europee, con le pale eoliche che “uccidono gli uccelli”, e quando Trump fa una battuta dal sapore di sfida, “volete che parli della Groenlandia? l’avevo lasciata per la fine del discorso”. Un guazzabuglio di pretese che violano ogni regola e stato di diritto del mondo. Una triste prova di forza di un presidente in evidente mancanza di lucidità.

Uso sistematico di narrative economiche nazionaliste

Durante il suo intervento al World Economic Forum, infatti, Trump non si è limitato a lanciare slogan o provocazioni; ha costruito un quadro narrativo in cui gli Stati Uniti emergono come motore indispensabile dell’economia mondiale, contrapponendo il “boom americano” alle presunte “debolezze strutturali” dell’Europa.

Trump ha descritto gli Stati Uniti come il “motore dell’economia globale”, una narrazione pensata per rassicurare i mercati e allo stesso tempo imporre l’idea che la prosperità internazionale dipenda in larga misura dalle scelte di politica economica statunitense. Retorica che ha l’obiettivo di giustificare politiche protezionistiche e dazi, presentandole come innocue o addirittura benefiche per la crescita globale, sebbene molti economisti esterni abbiano sottolineato che tali affermazioni semplificano o distorcono dati complessi.

Nel suo discorso ha fatto riferimenti alla “cultura condivisa” tra Stati Uniti ed Europa e ha evocato la Seconda guerra mondiale per sostenere la sua visione di leadership americana. Questo tipo di richiami storici semplificati non solo rivedono retrospettivamente gli equilibri del passato, ma servono anche a creare una base narrativa per giustificare pressioni su alleati e richieste territoriali o strategiche.

Presentando l’Europa come economicamente “in difficoltà” o politicamente “non allineata”, Trump caratterizza relazioni storiche tra alleati come un rapporto di debito e ingratitudine piuttosto che di mutua cooperazione. Questa visione favorisce una logica di competizione permanente e spinge verso politiche difensive o punitive (come minacce di dazi), invece che verso la ricerca di soluzioni multilaterali condivise.

Le narrazioni economiche e storiche che Trump ha messo in campo non restano confinati alle parole pronunciate a Davos: influenzano il modo in cui alleati e partner valutano le proposte statunitensi. La reazione di leader europei come Emmanuel Macron — che ha definito “inaccettabile un’Europa vassalla” le pressioni commerciali Usa — riflette proprio una resistenza a questo tipo di narrativa egemonica, sottolineando l’importanza di uno spazio strategico autonomo per l’Unione Europea.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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