Il Corsivo

Minneapolis si ribella agli uomini dell’Ice. Ucciso un uomo

today26 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Minneapolis in rivolta dopo l’omicidio di un cittadino americano da parte di agenti federali ICE.

La situazione a Minneapolis è ormai sfuggita da ogni ragionevole controllo e gli agenti dell’Ice scorrazzano nelle strade da giorni con l’intento di arrestare presunti immigrati clandestini che invece sono cittadini americani. I blitz dei mercenari inviati da Trump avvengono alla luce del sole: nelle scuole, nelle strade, negli ospedali. Dopo aver ucciso Renee Good, gli agenti federali hanno sparato ancora.

La vittima stavolta è Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, cittadino americano bianco, infermiere in un pronto soccorso. Si tratta di un’operazione che ormai va oltre l’obiettivo dichiarato di deportare gli immigrati illegali, ma punta a cambiare il volto dell’America, con la minaccia di proclamare lo stato d’insurrezione per occupare militarmente le città e piegare ogni resistenza come quella di centinaia di migliaia di persone, del sindaco di Minneapolis Fray e del Governatore del Minnesota Walz.

Trump dice che era armato, ma i video lo smentiscono

Trump sostiene che gli agenti federali hanno agito perché l’uomo era armato e pubblica sui social la foto dell’arma. Il video ripreso da un manifestante mostra la scena con chiarezza agghiacciante. Pretti sta protestando con i fischietti contro gli agenti federali, impegnati in un raid per arrestate un immigrato. Un agente si avvicina e spintona due donne, una cade sulla neve.

Alex le aiuta e gli agenti gli spruzza in faccia lo spray urticante. Comincia una lotta, diversi poliziotti di Ice e Border Patrol lo schiacciano a terra. Uno lo colpisce con qualcosa. A quel punto si sente il primo sparo, poi altri due. Nelle immagini si vede un cittadino americano costretto a terra e ammazzato. Quante persone dovranno ancora morire, prima che questo attacco contro lo stato di diritto finisca?

Minneapolis: disputa istituzionale tra autorità locali e il governo federale statunitense

Nel cuore della questione c’è la diffusione delle operazioni dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) – intensificate negli ultimi mesi nell’ambito della politica di contrasto all’immigrazione dell’amministrazione Trump – e la reazione delle istituzioni locali che hanno contestato non solo le modalità dell’azione ma la legittimità stessa delle operazioni nelle comunità civili.

Già a metà gennaio, ben prima dell’ultimo evento tragico, le autorità federali avevano aperto un’indagine nei confronti del sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, e del governatore del Minnesota, Tim Walz, accusandoli di possibili ostruzioni alle attività dell’ICE. Secondo il Dipartimento di Giustizia, il sindaco e il governatore avrebbero incoraggiato comportamenti violenti contro gli agenti federali durante le proteste, una definizione che Frey e Walz hanno respinto con fermezza definendola un tentativo di intimidazione politica.

In risposta alla contestazione giuridica, un giudice federale ha imposto importanti limiti all’uso della forza da parte degli agenti dell’immigrazione nello Stato, stabilendo che essi non possono esercitare ritorsioni contro manifestanti pacifici, né arrestare o trattenere persone che partecipano a proteste non violente o usare spray al peperoncino e altre munizioni non letali semplicemente in risposta alle critiche. Questa decisione è stata percepita come una vittoria significativa per i manifestanti e per difensori dei diritti civili, benché la sua applicazione effettiva resti complessa in un contesto di forte tensione pubblica.

Il giudizio di legittimità delle azioni dell’ICE si intreccia anche con le critiche diffuse da gruppi per i diritti civili e osservatori legali, che sostengono che l’operato degli agenti ha superato i limiti consentiti dalle linee guida costituzionali sulle libertà civili. Alcuni esperti legali hanno evidenziato che l’uso della forza, le detenzioni arbitrarie e le interazioni aggressive con civili – inclusi manifestanti e giornalisti – potrebbero configurare violazioni dei diritti protetti dal Primo Emendamento (libertà di espressione e di manifestazione) e da altre garanzie costituzionali.

Inoltre, il conflitto tra poteri ha portato a tensioni di competenza tra governi federali e locali, con gli amministratori locali che chiedono maggiore trasparenza, supervisione e persino la sospensione delle operazioni federali nelle loro giurisdizioni. Il governatore Walz, ad esempio, ha chiesto di fermare i raid dell’ICE e condotto indagini indipendenti sugli omicidi di civili da parte degli agenti. Queste richieste di autonomia locale si scontrano però con la posizione della Casa Bianca, che difende l’azione federale come parte della responsabilità dell’esecutivo di far rispettare le leggi sull’immigrazione.

La disputa non è puramente legale ma ha anche forti implicazioni politiche nazionali: la difficoltà di applicare limiti ai comportamenti dell’ICE senza una legittima supervisione giuridica aumenta il rischio di escalation violente, mentre l’uso dei tribunali per limitare l’azione federale si configura come un braccio di ferro tra democratici locali e repubblicani federali. La situazione ha attirato l’attenzione non solo degli abitanti di Minneapolis ma di città in tutti gli Stati Uniti, dove le opinioni sull’immigrazione e sulle forze dell’ordine sono già profondamente polarizzate.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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