Il Corsivo

Scontro tra Governo e opposizione dopo la guerriglia di Torino e il pestaggio del poliziotto

today2 Febbraio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Governo e opposizione: nessun ritorno agli anni di piombo: episodi gravi ma isolati, respinti dal corteo e dalla società civile, mentre la violenza resta marginale e politicamente sconfitta.

Dopo la guerriglia di Torino e il pestaggio del poliziotto, sono tornati gli anni Settanta? Non scherziamo. I fatti avvenuti sabato nel capoluogo piemontese, pur gravi e da condannare, non sono minimamente paragonabili al clima di forte instabilità politica e sociale degli anni che vanno dal 1968 al 1982, nel periodo che va sotto il nome di “anni di piombo”. Tra episodi di violenza politica, stragi della destra eversiva e azioni della lotta armata di sinistra, l’Istituto Cattaneo conta almeno 350 morti, 1000 feriti.

La violenza come strumento politico

Le scene viste a Torino non sono figlie di quella stagione definitivamente chiusa. Si collegano piuttosto a una protesta sociale dai contorni variegati dove una esigua minoranza intende imporre la linea della violenza di piazza ad un dissenso più ampio, adottando le stesse pratiche e facendo scattare lo stesso meccanismo collaudato a Genova nel luglio 2001.

La violenza, solitaria e nichilista, diventa così uno strumento politico con l’obiettivo di spostare parti di movimento verso l’avventura dello scontro aperto. A Torino, le oltre diecimila persone presenti al corteo, i partiti di opposizione, la società civile, hanno preso le distanze dai gruppi violenti e organizzati, rimasti isolati sul piano politico, anche dalla stessa area del dissenso.

Governo: ruolo del centro sociale Askatasuna

Il centro sociale Askatasuna, situato in corso Regina Margherita, era stato occupato da attivisti di area autonoma e antagonista sin dagli anni Novanta ed era diventato nel tempo un importante punto di riferimento per reti politiche e sociali alternative. Per decenni lo spazio aveva ospitato attività culturali, politiche e mutualistiche, ma anche momenti di conflitto con le istituzioni locali: la sua natura “ibrida” tra luogo di aggregazione e presidio di contestazione lo aveva reso simbolico per molte realtà della sinistra radicale torinese.

Nel dicembre 2025 il rapporto tra il centro e il Comune di Torino si è definitivamente incrinato. Dopo anni di tolleranza e accordi di collaborazione, che permettevano agli occupanti di gestire lo spazio con una certa autonomia, l’amministrazione ha deciso di porre fine a quell’intesa e di procedere con lo sgombero forzato dell’edificio. Questa decisione non è stata puramente amministrativa: ha rappresentato per molti militanti una ferita simbolica, la chiusura di un luogo che incarnava resistenza, autogestione e controcultura. Da qui sono nate le mobilitazioni che hanno accompagnato e seguito lo sgombero, con cortei, presidi e tensioni crescenti nei mesi successivi.

La manifestazione del 31 gennaio era stata convocata non solo per protestare contro la chiusura di Askatasuna, ma per esprimere solidarietà a una serie di spazi sociali e reti antagoniste presenti su scala nazionale. I partecipanti provenivano da diverse città italiane e il corteo aveva, in origine, un carattere composito: da una parte c’erano gruppi organizzati, alcuni dei quali preparati a uno scontro fisico con le forze dell’ordine, e dall’altra la componente più ampia del movimento sociale che intendeva manifestare pacificamente. La contraddizione interna a quella eterogeneità ha contribuito alla frammentazione della protesta e alla successiva degenerazione.

Quando una parte del corteo, stimata dalle forze dell’ordine in alcune centinaia o qualche migliaio, si è staccata dal percorso principale e ha raggiunto corso Regina Margherita, l’area dell’ex centro sociale, è lì che si sono concentrate le principali azioni di scontro. In quel punto il contesto simbolico si è fuso con quello materiale della protesta: non si trattava più solo di dissenso contro una decisione amministrativa, ma della difesa di un simbolo identitario di una cultura antagonista, divenuta nel tempo polarizzante. L’esito è stata una guerriglia urbana circoscritta, con lancio di oggetti contundenti, uso di bombe carta, incendi e violenza diretta contro le forze dell’ordine, culminata nel grave pestaggio dell’agente.

Analizzare questo nodo, cioè la centralità di Askatasuna come epicentro simbolico della protesta e come catalizzatore di tensioni accumulate nel tempo, permette di comprendere che gli scontri non sono stati un evento completamente scollegato dal territorio o generato dal nulla, ma la risultante di un conflitto più profondo tra amministrazione, movimenti sociali e frange organizzate della protesta. Questo conflitto non riguarda soltanto la legittimità del diritto di manifestare, ma anche la gestione degli spazi pubblici, il rapporto tra istituzioni e realtà alternative e l’interpretazione stessa di cosa significhi dissenso nella società italiana contemporanea.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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