Il Corsivo

Le gaffe di Petrecca e le dimissioni di Pucci diventano i simboli della crisi della Rai

today9 Febbraio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Accade che il responsabile di Rai Sport Paolo Petrecca, meloniano di ferro, si improvvisa conduttore della diretta inaugurale delle Olimpiadi Milano-Cortina. L’esibizione di Petrecca è a dir poco sconcertante.

“Benvenuti allo stadio Olimpico” dice da San Siro l’entusiasta Petrecca che confonde Matilda De Angelis con Mariah Carey, indica la presidente del Cio Kirsty Coventry accanto al Capo dello Stato Sergio Mattarella come la figlia del Presidente. Poi si avventura nelle surreali descrizioni dei brasiliani che, secondo Petrecca, avrebbero il ballo nel sangue, dell’abbigliamento degli arabi, del voodoo degli africani. Ad un certo punto Paolo Petrecca viene soccorso da Fabio Genovesi. Vede Verdi, Puccini e Rossini in scena e non resiste: “Sarebbe stato bello se Puccini si fosse chiamato Bianchini, così avremmo avuto Bianchini, Verdi e Rossini a rappresentare i colori della nostra bandiera”.

La crisi della Rai e della politica

Dopo l’imbarazzante performance di Paolo Petrecca, in Rai scoppia un altro caso dopo le dimissioni del comico Andrea Pucci che rimanda al mittente la proposta di conduzione del Festival di Sanremo, e il successivo intervento in sua difesa della premier Giorgia Melo che accusa la sinistra di aver minacciato Pucci. Povera Rai, ormai nelle mani delle scelte infauste dei partiti che hanno trasformato la più grande industria culturale del paese in una riserva aurea dove piazzare gli amici degli amici.

La battaglia dei meloniani resta la rottura di una sedicente egemonia culturale della sinistra che non esiste, e l’affermazione di una cultura di destra invocata dal ministro Giuli, ma contrastata da numerosi intellettuali di destra come Veneziani, Cardini, Bruno Guerri. E’ più che legittimo il sospetto che le polemiche sulla Rai siano un’arma di distrazione di massa per farci dimenticare i reali problemi del paese come pressione fiscale, caro prezzi, pensioni, sicurezza.

Struttura normativa e istituzionale: Rai e politica italiana

La Rai non è un’azienda privata in un mercato competitivo, ma un servizio pubblico definito dalla Costituzione italiana e da leggi ordinarie che ne delineano missione, finanziamento e controllo. Proprio questi strumenti normativi e istituzionali presentano da anni vulnerabilità strutturali che consentono forti ingerenze politiche nella gestione editoriale e nei vertici dell’azienda.

Le nomine del Consiglio d’amministrazione e dei direttori di rete seguono infatti un meccanismo di spartizione politica: tradizionalmente, le principali forze parlamentari negoziano quote di potere all’interno della Rai, fenomeno noto come lottizzazione piuttosto che su criteri di competenza e indipendenza. Questo sistema rende la Rai particolarmente sensibile alle variazioni dell’assetto politico nazionale, con cambi di governo che spesso si traducono in rimpasti ai vertici dell’ente e, di conseguenza, in modifiche alla linea editoriale o alla gestione di programmi chiave.

La connessione tra politica e servizio pubblico non è un fenomeno nuovo, ma la percezione e l’intensità di tale condizionamento sono aumentate negli ultimi anni. Rapporti internazionali come quelli della Commissione Europea hanno esplicitamente messo in guardia l’Italia sulla “influenza politica indebita” nei confronti della Rai, segnalando che la governance attuale non garantisce l’autonomia che una televisione pubblica dovrebbe avere, soprattutto in una democrazia matura. Secondo tali analisi, le nomine politiche e la pressione sui contenuti editoriali hanno portato alla resignazione di giornalisti e dirigenti e a un clima di incertezza tra i professionisti dell’informazione, danneggiando la pluralità e l’imparzialità dell’informazione.

Un altro elemento critico è la sostenibilità finanziaria del servizio pubblico. Negli ultimi anni, la riduzione del canone di abbonamento e le continue discussioni su nuovi modelli di finanziamento hanno creato un contesto economico instabile per la Rai, riducendo la capacità dell’azienda di programmare a lungo termine e di sostenere produzioni di valore culturale o giornalistico. Questa precarietà finanziaria si intreccia con la pressione politica: una Rai dipendente economicamente dal governo centrale è ancora più vulnerabile alle spinte di partito e meno in grado di resistere alle interferenze editoriali.

Infine, sullo sfondo di queste dinamiche istituzionali ci sono pressioni legali e culturali che si riversano sui giornalisti e sui programmi critici: in Italia aumentano i casi di cause per diffamazione e altre forme di intimidazione giudiziaria contro professionisti dei media, creando un clima che può favorire l’autocensura e ridurre lo spazio per inchieste scomode o voci critiche.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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