Il Corsivo

L’Italia sarà presente al Board of peace di Gaza, assicura Tajani

today18 Febbraio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Mi si nota di più andandoci da osservatore o aderendo direttamente al Board of Peace di Gaza? 

Parafrasando una scena di un vecchio film di Nanni Moretti, l’Italia si accinge a partecipare in qualche modo al piano del presidente americano Trump. Alla prima riunione di domani prevista a Washington sarà presente il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ma solo come rappresentante di un Paese osservatore, perché aderire in altra forma non avrebbe garantito il rispetto dei principi della Costituzione. Secondo quanto riferito in Parlamento da Tajani l’Italia non può restare ai margini del processo di pace in Medio Oriente che non ha alternative al piano Trump. Per le opposizioni si tratta di mero colonialismo.

Un’operazione immobiliare, non un piano di pace

Il Board of Peace resta una delle più grandi operazioni immobiliari degli ultimi anni, camuffata però da vetrina di pace. Il progetto viene gestito direttamente da Donald Trump che del Board diviene presidente a vita, e da un vero e proprio comitato d’affari, dove il ruolo americano è fondamentale, e quello delle Nazioni Unite ridotto a zero. Il Board non nasce infatti da una risoluzione Onu, che richiederebbe un organismo di controllo con il coinvolgimento dei palestinesi.

Lo statuto non prevede la figura di “osservatori”, ma quest’opzione rappresenta un escamotage diplomatico per quei Paesi come l’Italia, che, pur non aderendo, partecipano alla prima riunione del Board. L’organismo a cui aderiscono una trentina di nazioni, era nato per supervisionare il percorso di pace per la Striscia di Gaza, ma il suo scopo è stato esteso alla soluzione di altri conflitti globali, con l’intento dichiarato di sostituire lo storico compito dell’Onu.

Ruolo delle Nazioni Unite nella struttura del Board of Peace

Il Board of Peace è stato istituito come parte del piano di pace proposto dall’amministrazione di Donald Trump per Gaza e la sua ricostruzione dopo anni di conflitto intenso e devastazione. Secondo la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, approvata lo scorso novembre con ampia maggioranza (13 voti favorevoli e astensioni di Cina e Russia), la creazione di un organismo di governance transitoria doveva accompagnare la cessazione delle ostilità e l’introduzione di una forza internazionale di stabilizzazione nel territorio. Tuttavia, fin dalle prime fasi è emersa una tensione profonda tra l’obiettivo formale della pace e le modalità con cui questo organismo è stato strutturato.

In teoria, la risoluzione del Consiglio di sicurezza conferisce al Board un mandato per supervisionare la governance e la ricostruzione di Gaza, con l’intenzione di garantire sicurezza, disarmo di gruppi armati e un percorso di stabilizzazione lungo tutta la transizione. Ma, nella pratica, la governance del Board è fortemente centrata attorno alla figura del presidente degli Stati Uniti, che ricopre un ruolo dominante e prolungato nel tempo. Questo elemento è stato oggetto di critiche perché appare potenzialmente in contrasto con il principio di parità tra Stati membri, un requisito fondamentale per molti paesi che partecipano tipicamente alle organizzazioni internazionali.

La peculiarità della struttura del Board in cui Trump è nominato presidente e gode di poteri decisionali estesi ha sollevato dubbi sulla sua legittimità e conformità alle norme internazionali, nonostante il sostegno formale delle Nazioni Unite. Diversi Stati occidentali hanno scelto di non aderire come membri, oppure di partecipare solo come osservatori, proprio perché il quadro istituzionale non rispetta, secondo loro, criteri di equilibrio e democraticità generalmente associati agli organismi multilaterali consolidati.

La dinamica ha alimentato un dibattito più ampio sul ruolo futuro delle Nazioni Unite nella gestione dei conflitti internazionali. Critici sottolineano che, se un organismo come il Board di Peace venisse a sostituire progressivamente le funzioni tradizionali dell’ONU, in particolare del Consiglio di sicurezza potrebbe minare l’autorità di un sistema basato su trattati e norme condivise, sostituendolo con un modello in cui potenze dominanti influenzano e guidano le decisioni fondamentali, soprattutto nelle crisi più complesse.

Le preoccupazioni persistono soprattutto in relazione all’assenza nella governance del Board di una rappresentanza palestinese diretta, un elemento che, secondo molti osservatori e stakeholder internazionali, è cruciale per una soluzione sostenibile del conflitto. La mancata inclusione di una voce significativa dei palestinesi viene vista come un indicatore che l’organismo potrebbe affrontare la gestione post-conflitto più come un progetto di ricostruzione e controllo territoriale che come un vero processo di pace fondato sul dialogo e la partecipazione paritaria di tutte le parti coinvolte.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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