Il Corsivo

A quattro anni dall’invasione della Russia in Ucraina

today24 Febbraio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

24 febbraio 2022, quattro anni fa. Il leader russo Putin ordina l’inizio delle operazioni militari in Ucraina e segna una brusca escalation del conflitto russo-ucraino che in realtà è in corso dal lontano 2014.

L’intervento armato viene preceduto da un prolungato ammassamento sul confine delle forze russe iniziato già nella primavera 2021, motivato da Putin sulla base del timore di una adesione dell’Ucraina alla NATO, e seguito da esercitazioni militari. Solo pochi giorni prima dell’invasione, la Russia riconosce l’indipendenza della Repubblica Popolare di Doneck e la Repubblica Popolare di Lugansk, e il 20 febbraio 2022 la Russia invia le proprie forze armate. La guerra provoca la maggiore crisi per l’accoglienza di rifugiati in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, tanto che si è ritenuto necessario invocare la Direttiva di protezione temporanea.

Quattro anni dopo, ancora guerra, nessuna pace

Quattro anni dopo, la guerra continua. Resta incalcolabile il bilancio di morti, feriti, tra militari e civili. Nessun bilancio diffuso rappresenta l’esatta fotografia dell’esito del conflitto. Mosca continua a bombardare le città ucraine, Kiev prosegue le azioni in territorio russo. Le forze ucraine dicono di aver ripreso la tenuta militare di oltre 400 chilometri quadrati di territorio e di otto città nella direzione di Oleksandrivka. Secondo i russi, Mosca controlla ormai quasi il 90% del Donbass.

Non si vedono oggettivi segnali di pace. Nei negoziati tra Russia, Ucraina, con la mediazione degli Stati Uniti, le posizioni restano distanti. Le questioni aperte rimangono sostanzialmente identiche. I russi chiedono il Donbass, gli ucraini non cedono sulla cessione di territorio. Si discute di forze di interposizione, del ruolo della Nato, come quattro anni fa.

Il ruolo dell’Europa, dilaniata da divisioni e da una mancanza di autorevolezza della sua leadership, si barcamena tra inutili sanzioni, bloccate dal veto di Ungheria e Slovacchia, uno scontro tra Germania e Francia sul tentativo di Macron di avviare un dialogo con Mosca, e un deciso disimpegno di Trump alle prese con la crisi della sua popolarità, travolto dagli scandali dei file del finanziere Epstein e da un fallimento delle sue politiche economiche.

Prospettiva umanitaria e sociale della crisi dei rifugiati ucraini

Mentre le armi continuano a parlare sul campo di battaglia, milioni di persone hanno affrontato una diaspora forzata che sta rimodellando demografie, economie e sistemi sociali in tutta Europa. Secondo dati internazionali, la crisi dei profughi ucraini, con un totale di rifugiati e sfollati interni che supera gli 11 milioni di persone, rappresenta uno dei più grandi movimenti di popolazione in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La maggior parte di questi rifugiati ha avuto come destinazione altri paesi europei: oltre 5,2 milioni sono registrati in Europa, con una concentrazione significativa soprattutto nei paesi dell’Europa centrale e orientale come Polonia, Germania, Romania e Repubblica Ceca. Nel complesso, si stima che nell’Unione Europea ci siano milioni di beneficiari della protezione temporanea attivata nel marzo 2022, che garantisce accesso ai servizi pubblici, all’istruzione e al mercato del lavoro nei paesi ospitanti.

La massa di persone in fuga ha però comportato sfide enormi per le società ospitanti, non solo in termini di accoglienza immediata ma anche di integrazione a medio e lungo termine. L’arrivo massiccio di rifugiati ha richiesto l’adattamento di sistemi sanitari, educativi e sociali sotto pressione, e ha posto questioni complesse riguardo all’inclusione lavorativa e al riconoscimento di qualifiche professionali. In molti casi chi fugge è donna, anziano o bambino, il che ha trasformato il profilo demografico dei rifugiati e ha complicato ulteriormente l’accesso al lavoro e all’autosufficienza economica.

Per le economie dei paesi europei ospitanti, la presenza di rifugiati ucraini ha avuto effetti disparati. In alcuni casi ha agito come un impulso positivo, contribuendo a mitigare carenze di manodopera e incrementando la crescita in settori chiave, ma questi benefici non sono automatici né uniformi: dipendono da fattori come competenze linguistiche, riconoscimento delle qualifiche e politiche nazionali di integrazione. La necessità di fornire alloggi, istruzione per i bambini, assistenza sanitaria e sostegno psicologico ha comportato costi significativi per i bilanci pubblici nazionali, rendendo cruciale il coordinamento europeo per garantire un sostegno equo e sostenibile tra gli Stati membri.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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