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Gli Stati Uniti all’Iran: distruzione dei siti nucleari, consegna dell’uranio, controllo americano

today27 Febbraio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Nei negoziati di Ginevra, gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran di distruggere i tre principali siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, e di consegnare a Washington tutto l’uranio arricchito ancora in suo possesso.

La delegazione statunitense ha inoltre escluso la possibilità di clausole di scadenza in un eventuale accordo, chiedendo che le restrizioni siano permanenti, a differenza di quanto previsto dal Piano d’azione congiunto globale del 2015, abbandonato dagli Stati Uniti durante il primo mandato del presidente Donald Trump.

Gli americani puntano all’azzeramento dell’arricchimento nucleare iraniano

Washington insiste sull’azzeramento dell’arricchimento nucleare iraniano, ma lascia aperta la possibilità che Teheran mantenga il reattore di ricerca della capitale per scopi medici. Sul piano economico, l’offerta statunitense prevede solo un alleggerimento minimo e iniziale delle sanzioni, con eventuali ulteriori benefici subordinati a una verifica prolungata del rispetto degli impegni da parte iraniana.

I colloqui di Ginevra si svolgono mentre l’amministrazione Trump affronta pressioni interne per evitare un’intesa percepita come troppo permissiva e mentre resta sullo sfondo la minaccia di un’opzione militare in caso di fallimento del negoziato. La trattativa è circondata dal pessimismo. Gli americani ricordano che in passato furono più volte ingannati da concessioni di Teheran che si rivelarono inaffidabili. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, definisce l’Iran una minaccia insostenibile.

«Stanno percorrendo la strada per poter un giorno sviluppare armi che potrebbero raggiungere il continente statunitense possiedono già armi che potrebbero raggiungere gran parte dell’Europa», ha detto Rubio. Intanto funzionari del Pentagono e membri del Congresso Usa hanno ammonito sul rischio che un conflitto prolungato con l’Iran possa mettere a dura prova le scorte militari americane e rendere il Paese più vulnerabile.

Stati Uniti: escalation militare e pressione geopolitica

La fase attuale delle discussioni a Ginevra non avviene in un vuoto politico o pacifico, ma è immersa in un contesto di massiccia mobilitazione di forze statunitensi in Medio Oriente, che influisce profondamente su percezioni, decisioni e margini di manovra di entrambe le parti.

Nel tentativo di rafforzare la sua posizione negoziale, l’amministrazione statunitense ha dispiegato in regioni strategiche della regione flotte di portaerei, cacciatorpediniere e unità aeree, costituendo uno dei più imponenti assetti militari americani degli ultimi decenni nel Golfo Persico e nei mari adiacenti. Lo schieramento costituisce una leva di pressione che Washington può utilizzare per segnalare determinazione e capacità di intervento immediato nel caso in cui la diplomazia fallisca o l’Iran compia ciò che gli Usa considerano mosse inaccettabili.

La risposta iraniana non è stata passiva. Funzionari di Teheran hanno descritto la presenza militare statunitense come “non utile e non necessaria”, sottolineando che tali manovre rischiano di complicare ulteriormente la situazione e di ridurre lo spazio per soluzioni pacifiche. Non sorprende, in questo quadro, che l’Iran consideri direttamente collegati i negoziati e la pressione esterna: la continuità delle esercitazioni militari, insieme a segnali occasionali come l’uso simbolico di chiusure temporanee nello Stretto di Hormuz, è intesa come un messaggio alla controparte e ai partner regionali circa la determinazione di Teheran a resistere a imposizioni unilaterali.

La dimensione militare ha anche forti implicazioni per il pubblico e la politica interna americana. Leader politici, commentatori e membri del Congresso Usa continuano a dibattere pubblicamente sull’opportunità di un conflitto armato contro l’Iran, con alcuni che minimizzano i rischi di una guerra prolungata e altri che mettono in guardia dai costi umani ed economici di un’azione militare. Ad esempio, la discussione su possibili “strike mirati” o su una campagna più ampia contro il programma nucleare iraniano è stata al centro di interviste e dichiarazioni di figura di spicco nell’attuale amministrazione statunitense, che cercano di bilanciare la narrativa di fermezza con la retorica diplomatica ufficiale.

La pressione internazionale e regionale pesa sui colloqui. Alleati degli Stati Uniti, come alcuni paesi del Golfo e Israele, temono che un Iran con capacità nucleari anche limitate possa destabilizzare ulteriormente l’equilibrio di sicurezza già fragile. Ciò aggiunge un ulteriore livello di complessità: Washington non deve solo trattare con Teheran, ma anche rimanere sensibile alle aspettative e alle preoccupazioni dei suoi partner, che vedono nelle capacita nucleari iraniane una minaccia diretta o indiretta alla propria sicurezza.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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