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Dove va l’opposizione dopo la vittoria nel referendum sulla giustizia?

today31 Marzo 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

L’opposizione divisa e lacerata dopo la sconfitta nelle elezioni politiche del 2022, si trova quattro anni dopo in gran parte unita, ma senza un programma e un leader che possa tenere insieme anime diverse. Verso quale direzione si dovrebbe dirigere in seguito alla vittoria del no nel referendum sulla giustizia?

Il leader 5S Giuseppe Conte propone una consultazione interna alla coalizione per scegliere il candidato premier: dovrà essere aperta a tutto il popolo del centrosinistra, non solo agli iscritti, e in formato ibrido, offrendo cioè la possibilità di votare online. L’idea di Angelo Bonelli di Avs è quella di fare le primarie del programma, una consultazione popolare non sulle persone ma sulle priorità, le cose da fare per il Paese. Elly Schlein del Pd si dice pronta alle primarie del leader, ma anche del programma.

Il tavolo della coalizione di centrosinistra

Sta di fatto che, a otto giorni dalla vittoria del no, il tavolo della coalizione di centrosinistra non è stato ancora convocato formalmente. Tutti si dicono pronti a discutere il programma che al momento non si vede. I leader si sono fatti vedere insieme sul palco di piazza Barberini, ma ora parlano in tv e sui giornali, dicono cose simili, ma non c’è la sintesi.

Nel caso di primarie con una partecipazione media, la capacità di mobilitare iscritti ed elettori più vicini ai partiti inciderebbe in modo rilevante. favorirebbe Elly Schlein. Con un’affluenza ampia, l’impatto degli apparati dei partiti sarebbe più ridotto ed emergerebbero i profili più riconoscibili presso il pubblico generalista, favorendo chi riesce a intercettare segmenti più larghi e meno politicizzati dell’elettorato, cioè Giuseppe Conte.

A chi giova uno scontro tra leader nel centrosinistra? La mancanza di una decisione rapida sul programma e sulla guida della coalizione favorisce certamente la maggioranza che avrebbe il tempo per risollevarsi dalla bruciante sconfitta al referendum.

La vittoria dell’opposizione

La vittoria del “No” al referendum sulla giustizia è senza dubbio un successo politico per le forze di opposizione, ma non equivale automaticamente alla costruzione di un’alternativa di governo credibile. Al contrario, come evidenziano diversi analisti, il risultato referendario ha soprattutto indebolito l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni senza risolvere il problema strutturale del centrosinistra: la mancanza di una leadership condivisa e di una linea programmatica unitaria .

L’opposizione si trova davanti a tre possibili direzioni strategiche. La prima è quella “coalizionale”, cioè la costruzione di un’alleanza larga che tenga insieme Giuseppe Conte, Elly Schlein e le altre forze progressiste. Ma questa opzione richiede un livello di sintesi politica che finora non si è realizzato: il referendum ha unito temporaneamente i partiti su un obiettivo comune (bloccare la riforma), ma non ha sciolto le divergenze su temi centrali come politica economica, estera e riforme istituzionali. Senza una piattaforma condivisa, il rischio è che l’unità resti solo elettorale e non si traduca in un progetto di governo.

La seconda direzione è quella “partecipativa”, evocata dalle proposte di primarie aperte o consultazioni sul programma. Questa strada risponde a un dato politico emerso con forza: l’alta partecipazione al referendum (circa il 59%) indica un elettorato mobilitato e sensibile ai temi istituzionali . Coinvolgere direttamente gli elettori nella scelta del leader o delle priorità potrebbe rafforzare la legittimazione della coalizione e ridurre le tensioni interne. Però, anche questo modello presenta criticità: primarie molto competitive rischiano di accentuare le divisioni personali e ideologiche, soprattutto in assenza di regole condivise e di un perimetro politico chiaro.

La terza opzione è quella “identitaria”, cioè la scelta di alcuni partiti di rafforzare il proprio profilo autonomo invece di accelerare verso l’unità. In questa logica, il risultato referendario verrebbe letto come conferma della validità delle singole linee politiche più che come mandato a costruire una coalizione. È una strategia che può portare benefici nel breve periodo (consolidamento del consenso), ma rischia di rendere più difficile la costruzione di un’alternativa competitiva alle elezioni politiche, soprattutto in un sistema che premia le coalizioni.

Un elemento decisivo riguarda inoltre la natura stessa del voto referendario. Come sottolineato da diversi osservatori, il “No” non è stato soltanto un giudizio tecnico sulla riforma, ma anche un segnale politico più ampio, legato a insoddisfazione economica, sfiducia istituzionale e mobilitazione giovanile . Il che significa che l’opposizione ha intercettato un malcontento diffuso, ma non necessariamente lo ha organizzato in consenso stabile. Tradurre un voto “contro” in un progetto “per” è il passaggio più complesso.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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