Il Corsivo

Roberto Savi della Uno bianca ammette: i servizi segreti ci proteggevano e ci hanno fatto arrestare

today7 Maggio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Ci sono storie dure, violente che non appartengono solo alla cronaca nera. Ci sono fatti così gravi che solo a raccontarli mettono rabbia e terrore. Perché la storia dei poliziotti della Uno Bianca è tragedia e saga familiare, azione criminale e pagina oscura dell’Italia contemporanea. E dopo 32 anni dal suo arresto, il capo della banda Roberto Savi ha raccontato a Francesca Fagnani, di presunte coperture, di quei servizi segreti che prima hanno evitato li prendessero, poi li hanno fatti prendere, di viaggi e incontri a Roma, nei pressi dell’Altare della Patria. Del resto i conti non tornavano nella lunga e complicata indagini sulla banda criminale.

L’indagine prosegue

Dopo le dichiarazioni di Roberto Savi, ora si muovono un pubblico ministero e gli avvocati dei familiari delle vittime, perché i protagonisti di questa storia terribile non sono persone comuni. Rappresentano cioè quelle forze di sicurezza che dovrebbero difenderci ogni giorno dai malviventi, assicurarci un futuro sicuro dentro le nostre case, nei nostri luoghi di lavoro. Una storia cupa che si snoda lungo le strade emiliane, in quell’enorme agglomerato di case, città, capannoni industriali che da Parma porta dritto a Rimini.

Ventiquattro morti, centodue feriti, centotre azioni. Praticamente una mattanza. Cadono sotto i colpi del gruppo carabinieri, poliziotti, guardie giurate, nomadi, benzinai, commercianti, imprenditori, artigiani, fattorini, elettrauti, pensionati, studenti. I tre fratelli Savi erano il nucleo di base della banda. Roberto Savi, assistente capo della squadra volanti di Bologna era la mente della banda. Fabio Savi era l’unico non poliziotto, faceva il camionista.

Alberto Savi era in servizio al commissariato di Rimini: con loro c’erano altri tre agenti: Pietro Gugliotta Marino Occhipinti, Luca Vallicelli. Nella nuova indagine ci sono le coperture di cui poteva usufruire la Banda, l’eventuale utilizzazione dei membri del gruppo per compiere azioni con finalità nascoste, l’individuazione di altre persone che hanno partecipato ai fatti di sangue, come indicato nell’esposto presentato dai familiari delle vittime e come risulta anche da alcuni spunti investigativi e dagli accertamenti svolti dai magistrati bolognesi.

Uno bianca

Scritto da: Daniele Biacchessi


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