Il Corsivo

Ultimi scampoli di campagna referendaria sulla riforma della giustizia

today19 Marzo 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Diciamolo subito. La campagna referendaria sulla riforma costituzionale è una delle peggiori avvenute in Italia, dove il merito delle questioni centrali della giustizia come la separazione delle carriere, il futuro ruolo del Csm, sono stati messe da parte per far posto ad un guazzabuglio di slogan populisti e demagogici, battute infelici, personalismi, accuse senza fondamento.

La politica si è dimostrata sorda e impreparata ad affrontare ciò che davvero non funziona dell’ordinamento giudiziario del nostro paese. Perché questa riforma, per stessa ammissione di chi l’ha promulgata, non risolve le lungaggini processuali, la giustizia civile, gli errori dei magistrati e dei giudici, le condizioni in cui vivono i detenuti. Così il confronto si è spostato in poche settimane dal merito allo scontro politico, tra chi sta con il Governo e chi con l’opposizione. Un dibattito surreale, privo di contenuto, a tratti da Bar Sport.

Il comitato del no chiude a Roma con i sindaci. Oggi tocca al fronte del sì

Il comitato del no ha scelto piazza del Popolo a Roma per chiudere la sua campagna. Giuristi, magistrati, docenti, sindaci sono sfilati a fianco dei leader del centrosinistra, da Schlein a Conte, Bonelli, Fratoianni, al segretario della Cgil Landini. Il clima era quello dei grandi raduni, con le bandiere dei partiti della coalizione, del sindacato e qualche cartello della società civile.

Preoccupa il combinato di leggi che hanno ricevuto numerosi rilievi dal Quirinale e da altri organi dello Stato come decreto sicurezza, riforma della giustizia, premierato con l’elezione diretta del Presidente del Consiglio. Un progetto politico che mira a cambiare radicalmente la Costituzione a colpi di maggioranza.

Campagna referendaria: svuotamento del merito

Al di là del giudizio politico sulla qualità della campagna referendaria, è utile osservare come questa dinamica di “svuotamento del merito” non sia un’anomalia isolata, ma un tratto ricorrente nei referendum costituzionali italiani. Il meccanismo stesso del referendum confermativo, che non prevede quorum e richiede una scelta secca tra “sì” e “no” su un testo complesso, tende a semplificare questioni tecniche in una contrapposizione binaria, spesso facilmente traducibile in uno scontro politico.

Nel caso della riforma della giustizia del 2026, questo effetto è stato amplificato dalla natura stessa del provvedimento, che interviene su nodi altamente tecnici come l’assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, la separazione delle carriere e i meccanismi disciplinari.

Il risultato è che il dibattito pubblico si è progressivamente spostato da una discussione giuridica, comprensibile solo a una ristretta cerchia di addetti ai lavori, a una narrazione politica più accessibile ma inevitabilmente semplificata. In questo processo, gli slogan hanno finito per sostituire l’analisi: da un lato la difesa della “Costituzione” e dell’indipendenza della magistratura, dall’altro la promessa di una giustizia più efficiente e meno corporativa. Si tratta di due cornici comunicative forti, ma entrambe parziali, che non esauriscono la complessità della riforma.

Molti dei problemi percepiti dai cittadini non sono direttamente affrontati dal testo sottoposto a referendum. La riforma incide soprattutto sull’architettura istituzionale della magistratura, modificando equilibri e meccanismi di autogoverno, ma non interviene in modo immediato sull’organizzazione dei tribunali o sulle risorse del sistema giudiziario. Questo scarto tra percezione e contenuto reale contribuisce a spiegare la frustrazione diffusa e il senso di “dibattito fuori fuoco” che emerge nella campagna.

Inoltre, la contrapposizione politica si inserisce in un contesto più ampio di tensione tra poteri dello Stato. La riforma tocca infatti un punto cruciale dell’ordinamento democratico: l’equilibrio tra potere giudiziario e potere politico. Modificare il funzionamento del Csm o separare le carriere non è una questione puramente tecnica, ma incide sulla distribuzione del potere all’interno dello Stato. Non a caso, diversi osservatori sottolineano che la riforma potrebbe ridefinire il rapporto tra magistratura e governo, tema che storicamente rappresenta uno dei nodi più sensibili della democrazia italiana.

Infine, la forte mobilitazione dei partiti, dei sindacati e della società civile nel fronte del “no” evidenzia come il referendum sia stato interpretato anche come un passaggio politico più ampio, che va oltre il singolo provvedimento. La presenza di forze diverse, dai partiti del centrosinistra alle organizzazioni sociali, riflette la percezione di una posta in gioco sistemica, legata non solo alla giustizia ma all’assetto complessivo delle istituzioni.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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