Ascoltatori:
Ascoltatori di punta:
Giornale Radio
GR news
Radio Italia Network
Radio Podcast
70-80.it
Il Corsivo
today30 Marzo 2026
La protesta di piazza contro la guerra del presidente americano Donald Trump assume proporzioni immense. Da New York a San Francisco, Los Angeles, San Diego, Portland e in 3300 città americane, si propaga fino a Londra, Roma, in tutto il mondo.
In milioni si sono radunati per marciare, cantare, ballare e sventolare cartelli nelle principali città , nei sobborghi e nei piccoli centri degli stati sia repubblicani che democratici. Un evento di punta in Minnesota ha visto l’esibizione di Bruce Springsteen e una serie di oratori di alto profilo.
L’anno scorso, milioni di persone avevano partecipato a proteste in gran parte pacifiche in due giornate dedicate al movimento “No Kings“. Da allora, la campagna nazionale di Trump per il controllo dell’immigrazione si è conclusa in diverse grandi città e oggi gli americani si trovano ad affrontare prezzi della benzina alle stelle e un’economia in difficoltà a causa di questa guerra.
Se qualcuno volesse cercare un leader tra i tanti animatori delle piazze americane non lo troverebbe, perché non è emerso. Certo, il senatore del Vermont Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez guidano la rivolta da almeno un anno. Ezra Levin, uno degli organizzatori delle manifestazioni “No Kings” ha spiegato che l’obiettivo è quello di “creare un luogo in cui tutti possano venire ed esercitare i propri diritti di americani in modo patriottico e sicuro”.
Quasi la metà delle proteste si è svolta in roccaforti repubblicane . Texas, Florida e Ohio avevano ciascuno più di 100 eventi in programma , e stati come Idaho, Wyoming e Utah ne avevano avuti a due cifre. E’ il segno che il consenso per Trump, caduto nei sondaggi fino a toccare il 30%, è diventato ancora più visibile nelle piazze, il termometro dove si misura la reale popolarità del presidente.
Dal punto di vista sociopolitico, le manifestazioni del movimento “No Kings” sono uno dei più ampi esempi recenti di mobilitazione diffusa e decentrata negli Stati Uniti, caratterizzata da una partecipazione trasversale sia per area geografica sia per appartenenza politica.
Secondo diverse stime, tra gli otto e i nove milioni di persone hanno preso parte alle proteste del 28 marzo 2026, articolate in oltre 3.300 eventi distribuiti in tutti i 50 Stati federali, configurandosi come una delle più grandi giornate di mobilitazione nella storia del Paese.
Un elemento distintivo di queste proteste è la loro capillarità: non si sono concentrate esclusivamente nei grandi centri urbani tradizionalmente più progressisti, ma hanno coinvolto in misura significativa anche aree rurali e stati a maggioranza repubblicana, segnalando un ampliamento del dissenso oltre le consuete linee di frattura politiche .
Il movimento si inserisce in una più ampia ondata di mobilitazioni civiche emerse negli Stati Uniti a partire dal 2025, spesso organizzate da reti di associazioni come Indivisible, 50501 e altre realtà della società civile, senza una leadership centralizzata ma con una forte capacità di coordinamento digitale e territoriale.
Questa struttura “orizzontale” consente una partecipazione ampia e flessibile, ma rende anche più complessa l’individuazione di una piattaforma politica unitaria. Le rivendicazioni spaziano infatti da temi di politica estera, come l’opposizione alla guerra in Iran, a questioni interne quali le politiche migratorie, il costo della vita e la tutela dei diritti civili .
Il nome stesso “No Kings” richiama esplicitamente il rifiuto di qualsiasi deriva percepita come autoritaria, facendo leva su un immaginario profondamente radicato nella storia politica statunitense, fondata sull’opposizione al potere monarchico.
In questo senso, le manifestazioni non si limitano a contestare singole politiche governative, ma esprimono una critica più ampia al funzionamento delle istituzioni democratiche e al ruolo dell’esecutivo. La presenza di figure pubbliche, artisti e politici contribuisce ad amplificare la visibilità mediatica dell’evento, ma non ne modifica la natura diffusa e partecipativa.
Sul piano economico e sociale, le proteste riflettono anche un contesto interno segnato da tensioni legate all’aumento del costo della vita e all’impatto delle scelte di politica internazionale sull’economia domestica.
Il collegamento tra guerra, inflazione e condizioni materiali dei cittadini emerge come uno degli elementi centrali del discorso pubblico dei manifestanti, contribuendo a saldare rivendicazioni tradizionalmente separate in un’unica piattaforma di protesta.
Scritto da: Daniele Biacchessi
today27 Marzo 2026
today26 Marzo 2026