Il Corsivo

Il Venezuela e le mani americane sul petrolio di Caracas

today5 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Venezuela: dalle sanzioni ai commando: come Big Oil, Trump e la Cina si contendono il più grande tesoro energetico del pianeta.

Altro che blitz militare americano contro un dittatore come Maduro accusato di favorire il narcotraffico, come sostiene Trump. In realtà, dietro all’azione dei nuclei speciali della Delta Force che hanno catturato Maduro e la moglie, trasportandoli in gran segreto a Brooklyn in attesa di un processo, ci sono gli affari delle grandi compagnie americane del petrolio, che non vedono l’ora di impossessarsi dell’oro nero di Caracas: 303 miliardi di barili l’anno, il 17% del totale globale, un mercato di gran lunga superiore a quello dell’Arabia saudita.

E’ una storia che ci porta indietro nel tempo, fin dal 1914 quando venne avviato il primo pozzo, il Mene Grande sul lago Maracaibo, e cominciò l’assalto al tesoro.

Big Oil vuole i più grandi giacimenti di petrolio del mondo

Le prime concessioni petrolifere con Exxon, Chevron, Conoco – Phillips, Texaco risalgono agli anni ’40, legate all’aumento della domanda nella Seconda guerra mondiale. Nel dopoguerra, Caracas si allea con Iran, Iraq, Arabia Saudita e Kuwait creando nel 1960 l’Opec, poi allargata ad altri produttori. Nel 1975, il Venezuela nazionalizza le produzioni imponendo ai partner occidentali joint-venture al 50-50%, poi trasformate in 60-40 a favore del governo.

Arrivano gli anni ’90 e la Petroleos de Venezuela ottiene affidabilità ed efficienza a livello internazionale, ma nel 1999 con l’elezione di Chavez la situazione precipita fino ad oggi: nel 2013 si insedia Maduro, e le sanzioni sull’export vengono applicate da Trump nel suo primo mandato, fra il 2017 e il 2019. Oggi il Venezuela è estromesso dall’Opec, come Libia e Iran sotto embargo americano.

I prezzi sono in un fragile equilibrio, sui 60 dollari al barile: questo livello basso ha favorito l’azione militare di Trump, la cui preoccupazione è che non salga il prezzo della benzina oggi di 2 dollari al gallone. Infine c’è il fattore Cina. Pechino è il maggior cliente del Venezuela e sta aiutando Caracas a ricostruire le decrepite infrastrutture petrolifere. Per questi motivi si è scatenata una guerra dalle conseguenze geopolitiche imprevedibili.

Venezuela di Maduro

Il mandato di Nicolás Maduro alla guida del Venezuela è stato uno dei più longevi e controversi nella storia recente del paese, segnato da una profonda crisi economica, politica e sociale e da accuse crescenti di autoritarismo. Maduro, ex autista di autobus e sindacalista nei primi anni della sua carriera, fu scelto come successore dal presidente Hugo Chávez e divenne presidente nel 2013 dopo la morte del suo mentore politico. La sua elezione fu inizialmente stretta ma segnò l’avvio di oltre un decennio di governo che avrebbe trasformato radicalmente il Venezuela.

Dal punto di vista economico, il mandato di Maduro è stato dominato da un crollo senza precedenti. Quando assunse la carica, il Venezuela già soffriva delle conseguenze della dipendenza estrema dall’industria petrolifera, ma durante la sua presidenza questa dipendenza si trasformò in una trappola. Con il calo dei prezzi del petrolio a livello globale e la difficoltà di mantenere e investire nelle infrastrutture del settore, la produzione di greggio precipitò. La mancata riforma delle politiche economiche ereditate da Chávez, insieme alla gestione di controllo dei cambi e ad altre interferenze statali, esacerbò la situazione, portando a scarsità cronica di beni di base, inflazione galoppante e una drammatica perdita del valore della moneta nazionale.

La crisi economica si tradusse in un collasso socio-umanitario. Milioni di venezuelani affrontarono difficoltà crescenti per procurarsi cibo, medicine e servizi essenziali, con lunghe code per generi di prima necessità diventate quotidiane in tutto il paese. La recrudescenza della povertà e dell’insicurezza alimentare spinse una parte significativa della popolazione ad emigrare in massa verso paesi limitrofi, generando una delle più grandi crisi migratorie della regione.

Parallelamente alla crisi economica, il governo di Maduro fu contrassegnato da una crescente erosione delle istituzioni democratiche. Il presidente e il suo Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) consolidarono il controllo su organi chiave dello Stato, tra cui il potere giudiziario e il Consiglio Nazionale Elettorale, riducendo progressivamente gli spazi di opposizione e di dissenso. Le elezioni presidenziali del 2018 e successivamente quelle del 2024 furono ampiamente denunciate da osservatori internazionali e organizzazioni per i diritti umani come prive di trasparenza e legittimità, con accuse di brogli, manipolazione e restrizioni alla partecipazione dell’opposizione.

La repressione delle proteste e l’uso delle forze di sicurezza contro manifestanti e oppositori divennero sempre più comuni. Organizzazioni internazionali come la Commissione Interamericana dei Diritti Umani e la stessa ONU documentarono casi di detenzioni arbitrarie, violenze e violazioni dei diritti fondamentali che alimentarono ulteriori tensioni all’interno del paese.

Nel tentativo di mantenere il potere, Maduro fece affidamento su alleanze strategiche, sia interne che internazionali. Le forze armate rimasero un pilastro centrale del suo sostegno politico, così come la cooperazione con paesi come Cuba e, in parte, la Cina, che continuò a essere un importante partner commerciale e creditore del Venezuela. Ma queste alleanze non riuscirono a compensare gli effetti della crisi interna o a ridurre l’isolamento internazionale crescente. Verso la fine del suo mandato, Maduro affrontò crescenti pressioni esterne, in particolare dagli Stati Uniti, che lo accusarono di dirigere un regime coinvolto in traffici illeciti e lo etichettarono come “narcotrafficante di alto livello”, emettendo anche ricompense per il suo arresto.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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