Il Corsivo

Si dimette il capo dell’antiterrorismo americano Kent in dissidio con Trump: l’Iran non è un pericolo imminente

today18 Marzo 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Qualcosa inizia a scricchiolare nel granitico mondo Maga che gravita intorno all’amministrazione americana. In aperto dissidio con la visione di Donald Trump sul conflitto in corso in Medio Oriente, si dimette il capo del Centro nazionale antiterrorismo Joe Kent, secondo cui Israele ha trascinato gli Stati Uniti in una guerra ingiustificata dal punto di vista della sicurezza interna americana.

Kent sostiene che Trump sia stato ingannato da alti funzionari israeliani e dai media americani, che lo avrebbero indotto a credere che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente per la sicurezza Usa. Si tratta di una defezione clamorosa che dimostra come la decisione di Trump di colpire Teheran abbia diviso anche le frange più fedeli della sua amministrazione.

Chi è Joe Kent

Trump ha nominato Kent per la carica nel febbraio 2025 e la carica è stata confermata dal Senato lo scorso luglio. Kent si schierò apertamente con Trump durante la sua fallimentare candidatura al Congresso nel 2022, quando affermò che le elezioni del 2020 erano state truccate e definì i rivoltosi del 6 gennaio ” prigionieri politici “. Si candidò nuovamente nel 2024, ma perse contro la deputata democratica Marie Gluesenkamp Perez (Washington), che ottenne un secondo mandato.

Ora lascia l’incarico e racconta come sarebbe nata l’idea di Trump di avviare una guerra contro l’Iran fuori dal diritto internazionale. Lobbisti israeliani avrebbero messo in atto una campagna di disinformazione e animato sentimenti bellicisti per incoraggiare una guerra con l’Iran.”Questa cassa di risonanza è stata usata per ingannarvi e farvi credere che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente per gli Stati Uniti e che, se aveste attaccato ora, ci sarebbe stata una chiara strada verso una rapida vittoria”, ha scritto Kent.

Non c’era dunque alcun pericolo immediato iraniano che potesse giustificare l’attacco dello scorso 28 febbraio ed è la dimostrazione che ciò che avevamo scritto fin dalle prime ore dell’inizio della guerra era vero e ora certificato.

Dimissioni di Kent

Le dimissioni di Joe Kent dal vertice del National Counterterrorism Center non rappresentano soltanto un episodio isolato, ma segnalano una frattura significativa all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale statunitense. Storicamente, infatti, le agenzie di intelligence e antiterrorismo tendono a mantenere una posizione allineata con l’amministrazione in carica, soprattutto in tempo di guerra.

Il fatto che un alto funzionario nominato direttamente da Donald Trump decida di lasciare l’incarico per dissenso politico e strategico indica che il consenso interno sulla guerra in Iran è meno solido di quanto appaia pubblicamente. Kent è il primo esponente di alto livello a rompere apertamente con la linea della Casa Bianca, sostenendo che non esistesse alcuna minaccia imminente da parte di Teheran tale da giustificare l’intervento militare.

Questo elemento è cruciale perché tocca il cuore della legittimazione delle operazioni militari: la valutazione dell’intelligence. Nella storia recente degli Stati Uniti, il precedente più rilevante è quello della guerra in Iraq del 2003, giustificata da informazioni poi rivelatesi inesatte sulle armi di distruzione di massa. Il parallelismo evocato implicitamente da Kent — e ripreso anche nel dibattito pubblico — riapre una questione mai completamente risolta: fino a che punto le decisioni politiche influenzano, o addirittura distorcono, le analisi degli apparati di sicurezza?

Le sue accuse di una campagna di disinformazione che avrebbe contribuito a costruire la percezione di una minaccia iraniana si inseriscono proprio in questa linea di critica, suggerendo che il processo decisionale possa essere stato condizionato da fattori esterni all’intelligence pura. A differenza di molti funzionari tecnici, Kent è stato un attore politico attivo, fortemente legato al movimento trumpiano e sostenitore della dottrina “America First”, che in teoria privilegia il disimpegno da conflitti esterni prolungati.

La sua rottura con Trump è quindi particolarmente significativa: non proviene dall’opposizione o da ambienti critici verso l’ex presidente, ma da una delle aree ideologicamente più vicine alla sua visione. Questo rende le dimissioni ancora più dirompenti, perché mostrano una possibile crepa all’interno della stessa base politica che ha sostenuto la svolta interventista.

Le reazioni della Casa Bianca confermano la portata dello scontro. Trump ha liquidato Kent definendolo “debole sulla sicurezza”, mentre altri esponenti dell’amministrazione hanno respinto le sue affermazioni, ribadendo l’esistenza di prove su una minaccia iraniana imminente. Questo scambio evidenzia una contrapposizione netta tra due narrazioni: da un lato quella ufficiale, che giustifica l’intervento come preventivo e necessario; dall’altro quella critica, che lo descrive come una guerra evitabile e politicamente indotta.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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