Il Corsivo

La frana della collina di Niscemi, in Sicilia: un disastro annunciato

today29 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Frana Niscemi: Tra incuria, speculazione e fondi sprecati, una catastrofe prevista da decenni che chiama in causa politica e istituzioni.

Più che fondata sul lavoro, la Repubblica italiana si basa sull’emergenza ambientale, sui fondi stanziati e spesi solo in parte, su frane, smottamenti, alluvioni. Quello di Niscemi, con l’intera collina che rischia di cadere compatta, è uno dei tanti disastri annunciati. E non si deve dare la colpa solo alle mareggiate, anche a quelle eccezionali, dovute al ciclone Harry con onde fino a 16 metri che sono l’effetto del problema. La causa principale è sempre il comportamento dell’uomo che non ha promosso la manutenzione del territorio e ha favorito la speculazione, gli abusi edilizi, l’arricchimento personale, la spartizione politica e mafiosa.

La risposta della magistratura e della politica

La Procura di Gela ha aperto un’inchiesta per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana. Al momento, il procedimento è assegnato a due pm oltre che al procuratore capo ed è a carico di ignoti. Il Governo ha promesso lo stanziamento di 100 milioni per le regioni Sicilia, Sardegna e Calabria colpite da Harry che sono un’inezia rispetto a quanto realmente serve. Ma la premier Meloni in vista a Niscemi ha ammesso che per alcune regioni Palazzo Chigi non c’è neanche la perimetrazione dei comuni coinvolti.

Gli allarmi rimasti inascoltati

A Niscemi, il 13 ottobre del 1997 una frana coinvolse la fascia sud del paese. Commissario per l’emergenza viene nominato il sottosegretario alla Protezione civile, il vulcanologo Franco Barberi, che parla subito di «ordinaria mala amministrazione e di completo degrado in una zona sottoposta a vincolo geologico». Iniziano quasi trent’anni di progetti mai realizzati, finanziamenti perduti, allarmi inascoltati. E un conto di almeno 25 milioni di euro stanziati e mai spesi per un’area che dal 2006 era considerata a «pericolosità elevata» per rischio idrogeolo.

Frana Niscemi

La collina di Niscemi non è semplicemente “scivolata” per effetto delle piogge intense collegate al ciclone Harry: l’area è costituita da strati di terreno fortemente predisposti alla perdita di stabilità quando saturi d’acqua. Il terreno superficiale comprende depositi alluvionali poco cementati (con ciottoli e sabbie) sovrapposti ad argille e marne, che quando vengono impregnati d’acqua perdono rapidamente coesione e resistenza. Questo significa che anche senza precipitazioni eccezionali, con un accumulo prolungato di umidità il terreno può progressivamente indebolirsi fino al cedimento.

I movimenti del fronte franoso continuano a espandersi. Secondo le autorità, la porzione di collina che si è staccata si estende attualmente per almeno quattro chilometri, con un avanzamento che mette in pericolo case e infrastrutture anche a decine di metri di distanza dalla linea di rottura iniziale. Questo è il motivo per cui la zona rossa è stata ampliata e perché le abitazioni entro 50–70 metri dal fronte sono considerate a rischio imminente di collasso.

Ciò ha implicazioni molto concrete per la risposta all’emergenza. Non si tratta infatti di “mettere in sicurezza” una frana finita, ma di monitorare un movimento geologico attivo, che evolve di ora in ora. Le attività dei tecnici della protezione civile includono l’uso di strumenti per misurare spostamenti del terreno, radar interferometrico per osservare deformazioni del suolo e analisi costanti delle condizioni climatiche che possono accelerare ulteriormente lo scivolamento. La necessità di delocalizzare stabilmente interi quartieri deriva proprio dal fatto che finché il terreno rimane in movimento non esiste una piattaforma sicura su cui costruire o far tornare le persone.

In termini di gestione urbana e pianificazione territoriale, il caso di Niscemi è esemplare di una criticità più vasta: molte aree italiane sono costruite su terreni con alta pericolosità idrogeologica, spesso senza aggiornate cartografie geologiche o senza che i piani urbanistici tengano conto del reale rischio locale. Secondo la Società Geologica Italiana e studi specialistici, una grande parte del territorio nazionale manca di una mappatura moderna e dettagliata che permetta di valutare correttamente il rischio di frane, alluvioni o smottamenti prima che queste si verifichino.

Se il movimento del terreno non si arresta, non basta riparare strade o rinforzare pendii: bisogna ripensare la presenza umana su quel versante, con strategie di delocalizzazione permanente, riduzione dell’esposizione umana e politiche di adattamento territoriale basate sulle caratteristiche geologiche del suolo.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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