Il Corsivo

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Europa non piace alle borse

today20 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Mercati sotto pressione tra tensioni geopolitiche, minaccia di nuovi dazi e timori di escalation alla vigilia di Davos.

L’instabilità geopolitica, derivata essenzialmente dallo scontro sui dazi tra Stati Uniti e Europa, non alimenta sentimenti positivi tra gli operatori finanziari. Così i mercati dimostrano la massima preoccupazione, aumentano la tensione, le borse arretrano e vanno in scena come da copione gli speculatori.

In Asia i listini sono contrastati, dopo che il Pil cinese nel 2025 ha centrato il target del 5% fissato Pechino, i future a Wall Street perdono peso e sul Nasdaq sprofondano dell’1,1%, mentre negli Usa gli scambi sono ridotti per la festività del Martin Luther King Day. In Europa, le borse sono tutte in forte calo e perdono nella media quasi due punti percentuali. A Milano, pagano il conto i tecnologici (-3,1%), il lusso (-3,2%) e le auto (-2,4%).

L’Europa si prepara al vertice di Davos

L’Europa mette in campo dazi da 93 miliardi a partire dal 6 febbraio e i leader europei si preparano a rispondere a Trump che ha promesso dazi del 10% a partire dal primo febbraio e del 25% da giugno. Le misure della Casa Bianca sono indirizzate agli alleati della Nato che hanno mandato truppe in Groenlandia: Danimarca, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Gran Bretagna e Norvegia. Il forte clima di attrito condiziona il World economic forum di Davos, dopo che il governo danese ha deciso di non prendere parte ai lavori nel contesto dell’intensificazione della disputa sulla Groenlandia.

Il Fondo monetario internazionale, mette già le mani avanti e avverte turbolenze, e ipotizza un’aliquota tariffaria effettiva stimata intorno al 18,5% per gli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo. Una enormità. Naturalmente potrebbero verificarsi delle interruzioni. Lo abbiamo già visto lo scorso anno: ci sono stati periodi di escalation dei dazi seguiti da fasi di de-escalation, ma il futuro non è roseo, anche per chi, come l’Italia, vorrebbe rimanere fuori dallo scontro con gli Stati Uniti.

Impatto strutturale guerra dei dazi

Le catene di approvvigionamento moderne sono estremamente interconnesse: molti prodotti finiscono sul mercato dopo aver attraversato diversi paesi per la fornitura di componenti e materie prime, assemblaggio e distribuzione. Quando i dazi aumentano, non si tratta solo di un aumento dei costi doganali su beni finiti, ma di un aumento dei costi di produzione lungo tutta la catena di valore. Per esempio, se un’auto europea utilizza componenti importati dagli Stati Uniti, l’aumento dei dazi su questi componenti non solo rende il prodotto finale più caro per il compratore statunitense, ma aumenta i costi per il produttore europeo, che può dover rivedere piani di produzione, prezzi e persino localizzazione degli impianti produttivi.

Questo effetto a catena può portare a riallocazioni di fabbriche o delocalizzazioni verso paesi non soggetti a dazi per mantenere competitività, con conseguenze durature su occupazione e specializzazione industriale nel lungo periodo. Un altro impatto importante riguarda la complessità delle forniture di beni intermedi. Molte imprese europee dipendono da componenti importati, non solo per prodotti finali, ma anche per beni intermedi come metalli, semiconduttori o prodotti chimici. Se queste materie prime diventano più costose a causa dei dazi, l’intero processo produttivo può subire rallentamenti, aumenti di prezzo e incertezze logistiche. Anche le imprese che non esportano direttamente negli Stati Uniti possono ritrovarsi penalizzate perché acquistano componenti più cari o difficili da ottenere.

Le tensioni commerciali con gli Stati Uniti possono indurre partner di terze economie (come Cina, Sud-Est asiatico o America Latina) a riposizionare i propri flussi commerciali verso l’Europa, visto che gli Stati Uniti diventano un mercato meno accessibile a causa dei dazi. Questo può tradursi in un aumento delle importazioni da queste regioni in Europa e, in alcuni casi, in down-pricing competitivo che mette sotto pressione i produttori locali. In altri termini, se la Cina non riesce più ad esportare negli USA, può decidere di vendere i suoi prodotti in Europa a prezzi più bassi, intensificando la concorrenza per le imprese europee già alle prese con costi di produzione crescente.

Dal punto di vista macroeconomico, gli economisti mettono in guardia sul fatto che i dazi agiscono come una tassa sui consumatori e sulle imprese: i primi pagano prezzi più alti per i beni importati, mentre le seconde devono fare i conti con costi di approvvigionamento più elevati e maggiore incertezza, che spesso rimandano gli investimenti e frenano la capacità di innovare e crescere. Inoltre, i dazi tendono ad erodere il potere d’acquisto delle famiglie, perché un aumento generalizzato dei costi delle materie prime e dei beni intermedi si traduce, alla fine, in prodotti più costosi sugli scaffali dei consumatori.

Tale reconfigurazione delle catene globali del valore ha anche implicazioni geopolitiche più ampie. Paesi e aziende potrebbero decidere di rafforzare alleanze economiche con partner esterni agli scontri tariffari per difendere i propri accessi ai mercati e ridurre la dipendenza da blocchi economici in conflitto. Il che può portare a una segmentazione dell’economia mondiale in blocchi commerciali più rigidi e meno interconnessi, con un minore scambio globale complessivo e una crescita mondiale più lenta.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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