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today2 Marzo 2026
L’uccisione dell’ayatollah Alì Khamenei durante l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele rappresenta la fine della dittatura teocratica iraniana, almeno sul piano politico.
Termina una stagione iniziata nel 1978 e 1979 in Iran, che aveva trasformato la monarchia dello Scià in una repubblica islamica sciita, la cui costituzione si ispira alla legge coranica. Dopo Khamenei, l’Iran è ora nelle mani di figure minori come Alì Larijani, capo del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale iraniana, del portavoce del governo Bassem al-Awadi, di Ahmad Vahidi, ex ministro della Difesa e degli Interni, è nominato nuovo comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che fino all’ultimo ha creduto nei colloqui negoziali terminati a Ginevra.
Il regime teocratico iraniano ha violato sistematicamente i diritti umani, organizzando negli anni repressioni sanguinose finite con migliaia di morti, centinaia di miglia arrestati, torturati, come documentato dall’Onu e dalle principali associazioni internazionale. Gli oppositori che invadono festosi le strade di Teheran e di altre città iraniane sono certamente da sostenere perché non devono sentirsi ignorati dal mondo, ma l’attacco USA-israeliano si è mosso fuori dallo stato di diritto, senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite.
E’ il segnale inequivocabile dell’apertura dell’era delle guerre coloniali degli americani. L’azione deve essere condannata dalla comunità internazionale e tutti coloro che credono nel diritto dei popoli, perché governi e regimi devono essere cambiati e rovesciati dai cittadini. Non si bombarda un paese, non si uccidono civili come gli studenti delle scuole iraniane per esportare la democrazia o per cambiare regime o per controllare i pozzi di petrolio o per bloccare quella che si dice essere la produzione della bomba atomica.
Tutte le questioni che riguardano i diritti violati e i rischi di guerra devono passare attraverso l’ONU, la discussione e la decisione negli organismi che dal 1948 aiutano a tenere in piedi un sistema decentemente internazionale. Ma l’obiettivo di Trump è proprio la disarticolazione delle Nazioni Unite sul modello di Board of Peace. L’Iran rappresenta per Trump un affare gigantesco, perché è il quinto produttore al mondo di petrolio con oltre quattro milioni di barili al giorno , perché è al terzo posto al mondo, con l’11,82% delle riserve mondiali provate nel 2025, perché il 90 % viene diretto verso la Cina.
Una serie di indagini e rapporti delle Nazioni Unite e di organizzazioni non governative ha messo in luce una sequenza di violazioni sistematiche e strutturali dei diritti umani da parte delle autorità iraniane, che vanno ben oltre gli episodi episodici di repressione e coinvolgono un controllo capillare della società civile.
Secondo una missione di fact-finding istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, le azioni di repressione contro i manifestanti pacifici dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022 comprendevano omicidi, detenzioni arbitrarie, tortura, stupro e altri atti disumani, con molte di queste violazioni che nel loro insieme configurano crimini contro l’umanità sotto il diritto internazionale. Il rapporto ha specificamente evidenziato come donne e ragazze siano state colpite con violenza sproporzionata, compresi spari a distanza ravvicinata e trattamenti discriminatori sistematici, e ha documentato casi di detenzioni forzate e misure di controllo sociale mirate a soffocare ogni forma di dissenso pacifico.
Oltre alle repressioni nei confronti dei manifestanti, la discriminazione istituzionale verso minoranze etniche e religiose, come i curdi, i baluchi e altre comunità, è stata sottolineata in più rapporti come fattore aggravante. Secondo esperti delle Nazioni Unite, la combinazione di discriminazione etnica e religiosa, uso letale della forza e detenzioni arbitrarie mostra “una discriminazione strutturale profondamente radicata” che ha esacerbato le sofferenze di gruppi già vulnerabili e ha alimentato un senso di sfiducia profonda verso lo Stato.
Un altro elemento emerso dalle indagini internazionali è l’uso di misure di controllo digitale e di censura per limitare il flusso di informazioni e impedire la mobilitazione sociale. Report precedenti sulle tecnologie di sorveglianza e restrizioni alla libertà digitale in Iran indicano che le autorità hanno impiegato strumenti sofisticati di monitoraggio per intercettare comunicazioni private, sorvegliare giornalisti, attivisti e cittadini critici, e punire chiunque tentasse di organizzare o diffondere informazioni sulle proteste. La chiusura prolungata di internet durante momenti di protesta, ad esempio, è stata criticata come violazione del diritto all’informazione e come mezzo per ostacolare la documentazione delle violenze di stato.
Sul piano giuridico, nonostante le ripetute richieste della comunità internazionale e varie risoluzioni adottate dal Consiglio ONU per i diritti umani per istituire meccanismi di responsabilità e di monitoraggio, Teheran ha quasi sempre rifiutato di cooperare con le indagini internazionali. I governi iraniani hanno spesso bollato queste inchieste come politicamente motivate o influenzate da potenze straniere, rifiutando di consentire l’accesso ai territori per verifiche indipendenti.
Scritto da: Daniele Biacchessi
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