Il Corsivo

L’Italia sulla guerra: attacco americano fuori dal diritto internazionale. L’opposizione: no alla concessione delle basi americane

today6 Marzo 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Il Parlamento discute il ruolo dell’Italia nel conflitto: critiche all’attacco di Usa e Israele, opposizione contraria all’uso delle basi militari mentre il governo approva la risoluzione di maggioranza.

Al sesto giorno dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, finalmente i temi della difesa, dell’uso delle basi militari, vengono discussi nelle aule parlamentari, come previsto dalla nostra Costituzione. La premier Giorgia Meloni non c’è. Dai microfoni della radio manda a dire che il nostro paese non è in guerra e non vuole entrarci. Invia alla Camera e al Senato i ministri Tajani e Crosetto in Parlamento, gli stessi apparsi inadeguati nelle prime ore di bombardamenti: il primo risultato incerto e titubante, il secondo addirittura in ferie a Dubai e protagonista di un caso ancora poco chiaro.

Devono entrambi riferire sull’evoluzione della situazione internazionale e sulla richiesta di aiuti da parte dei paesi del Golfo. La posizione italiana è riassunta così: l’attacco di Usa e Israele è avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale. L’opposizione incalza e dice no alla concessione delle basi americane. “Dovete dire di no già adesso, perché sarebbe contro l’articolo 11 della Costituzione”, chiede la leader del Pd, Elly Schlein. Alla fine viene approvata la risoluzione di maggioranza con 179 voti favorevoli, 100 contrari e 14 astenuti. Per sentire Meloni in parlamento bisognerà attendere l’11 marzo.

Il nodo delle basi americane

L’Italia è a sovranità limitata e controllata. Così lo ha stabilito il trattato di Yalta, così rimane anche oggi. La mappa del nostro paese resta puntellata da basi americane. C’è la 173ma aerobrigata di Vicenza, il reparto più decorato dell’Us Army. E’ disponibile la gigantesca santabarbara di Camp Darby, nelle pinete tra Livorno e Pisa. Chi partecipa già agli attacchi sull’Iran sono gli F 16 di Aviano: una dozzina sono stati trasferiti dieci giorni fa nel Medio Oriente.

Sigonella è già impegnata a sostenere lo sforzo bellico con i ricognitori dell’Us Navy che sorvegliano i cieli del Golfo. Gli analisti non escludono che la Casa Bianca possa chiedere anche il sostegno di alcune infrastrutture totalmente italiane. Il porto della Marina ad Augusta potrebbe assistere le navi cargo con i materiali necessari a soddisfare le esigenze di 50 mila militari e 300 velivoli attivi nella zona del conflitto. E nel giro di una settimana il Pentagono potrebbe avere l’urgenza di bussare alla porta di Cameri (Novara): lì si trova l’unico polo europeo per la manutenzione dei sofisticati F35. L’Italia, nei fatti, è già in guerra.

Quadro giuridico che disciplina la presenza e l’utilizzo delle basi statunitensi sul territorio italiano

Spesso nel confronto pubblico si parla di “sovranità limitata”, ma la realtà è più complessa e affonda le sue radici negli accordi firmati durante la Guerra fredda, quando l’Italia entrò stabilmente nel sistema di sicurezza occidentale. Il primo pilastro normativo è la Convenzione di Londra del 1951, nota come NATO Status of Forces Agreement (SOFA), che stabilisce lo status giuridico dei militari di un paese dell’Alleanza quando sono presenti nel territorio di un altro Stato membro. Questo trattato regola aspetti come la giurisdizione penale, la fiscalità, il movimento delle truppe e le responsabilità legali, ma non autorizza automaticamente la creazione o l’uso di basi militari: stabilisce piuttosto le regole generali della presenza militare alleata.

A questo primo accordo si affianca il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, firmato tra Italia e Stati Uniti nel contesto della ricostruzione postbellica e dell’integrazione del Paese nella strategia difensiva occidentale. Con questo accordo l’Italia concesse infrastrutture e terreni per l’installazione di strutture militari statunitensi, ricevendo in cambio sostegno economico, protezione strategica e integrazione nel sistema NATO.

Negli anni successivi l’intesa è stata aggiornata più volte, fino al Memorandum d’intesa del 1995 che disciplina molti aspetti operativi delle installazioni. In base a questo quadro, la presenza americana non implica una cessione di sovranità territoriale: le basi rimangono formalmente territorio italiano, ma la gestione operativa delle attività militari interne è affidata alle autorità statunitensi o congiunte.

La distinzione più importante riguarda però il tipo di operazioni svolte. Gli accordi consentono in modo relativamente automatico attività di logistica, addestramento, sorveglianza e supporto tecnico, che rientrano nelle normali funzioni dell’Alleanza atlantica. In questi casi non è necessario un nuovo passaggio politico ogni volta che le strutture vengono utilizzate. Diverso è invece il caso delle operazioni militari offensive.

Se una base situata in Italia dovesse essere impiegata come piattaforma di lancio per attacchi armati o bombardamenti, è generalmente richiesto un via libera politico da parte del governo italiano, che può coinvolgere anche il Parlamento. Questa distinzione è al centro delle discussioni attuali, perché determina fino a che punto il paese possa essere considerato direttamente coinvolto in un conflitto.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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