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today12 Marzo 2026
Al dodicesimo giorno dall’inizio del conflitto, la mappa delle operazioni americane e israeliane contro l’Iran non è cambiata, e la guerra di Trump e Netanyahu si è estesa ai paesi del Golfo, al Libano, all’Iraq, senza produrre gli effetti attesi.
Trump dice che le azioni militari finiranno quando vuole lui, ma nell’amministrazione di Washington i malesseri sono ormai palesi, e in molti consigliano il presidente ad avviare una exit strategy immediata. Del nemico, Trump traccia un profilo che non corrisponde alla realtà. Dice che l’Iran ha perso la marina, l’aeronautica, l’apparato antiaereo, non avrebbero radar, i loro leader sono spariti. La verità è che Teheran continua a bombardare Israele, gli Hezbollah alleati dell’Iran proseguono le loro attività belliche dal Libano, lo stretto di Hormuz resta nelle mani iraniane, tutte le basi americane nel Golfo sono oggetto di attacchi, e Fbi ha lanciato un allarme sulla possibilità che droni iraniani possano colpire la costa occidentale statunitense.
L’amministrazione americana ritiene di avere dalle tre alle quattro settimane in cui potrà resistere quanto necessario prima che i prezzi del petrolio diventino un problema politico più duraturo. “Supponendo che l’economia continui a riprendersi una volta conclusa la fase attiva della guerra, avremo tutta l’estate, da maggio ad agosto, per sfruttare la ripresa“, ragiona una fonte vicina alla Casa Bianca citata da Politico.
Un ex funzionario dell’amministrazione Trump ha aggiunto che l’amministrazione ha bisogno di una lettura coerente, su più settimane, dei prezzi del petrolio prima di cambiare il suo approccio. Secondo un sondaggio Quinnipiac , più di 7 elettori su 10 hanno dichiarato di essere molto o abbastanza preoccupati che la guerra possa causare un aumento dei prezzi del petrolio e del gas negli Stati Uniti. Con questa crisi di popolarità Trump si dovrà confrontare, da qui alle elezioni di Midterm.
Dietro la narrazione ufficiale della Casa Bianca si muove però una realtà più complessa, fatta di calcoli politici, limiti militari e timori economici che raramente vengono esplicitati pubblicamente. Il primo elemento non detto riguarda l’assenza di un obiettivo strategico chiaramente definito. Nel giro di pochi giorni la retorica dell’amministrazione americana è cambiata più volte: inizialmente l’operazione era presentata come una missione per neutralizzare il programma missilistico iraniano, poi come una campagna per distruggere le capacità militari del regime, quindi come una pressione per ottenere la resa di Teheran, fino a evocare implicitamente l’ipotesi di un cambio di regime.
Questa oscillazione rivela una difficoltà strutturale: l’operazione militare ha dimostrato la superiorità tecnologica americana, ma non ha prodotto il risultato politico atteso. Secondo valutazioni dell’intelligence statunitense, il sistema di potere iraniano non appare vicino al collasso e continua a mantenere il controllo del paese nonostante i bombardamenti e l’uccisione di parte della leadership militare e politica. Il secondo fattore riguarda la logica della deterrenza iraniana, che Washington sembra aver sottovalutato. Teheran non ha puntato a vincere militarmente lo scontro diretto con gli Stati Uniti, ma a trasformare la guerra in una crisi regionale permanente.
Colpire Israele, attivare Hezbollah dal Libano, minacciare le basi americane nel Golfo e mantenere la pressione sullo stretto di Hormuz significa internazionalizzare il conflitto e renderlo economicamente costoso per tutti. In altre parole, l’Iran non cerca di fermare gli Stati Uniti sul campo di battaglia, ma di far salire il prezzo politico della guerra. Questo schema rientra in una strategia preparata da anni: in caso di attacco diretto, trascinare l’intera regione nel caos per rendere impossibile una vittoria rapida dell’avversario.
Il terzo elemento riguarda l’economia globale. Il vero punto di vulnerabilità della strategia americana non è militare ma energetico. Lo stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa il 20% del petrolio mondiale, è diventato il baricentro della crisi: qualsiasi interruzione prolungata dei traffici energetici produce effetti immediati sui prezzi del petrolio e sull’inflazione globale. Per questo la Casa Bianca ritiene di avere una finestra temporale limitata prima che l’aumento dei prezzi dell’energia si trasformi in un problema politico interno più serio. Non è un caso che Washington stia valutando strumenti come il rilascio di petrolio dalle riserve strategiche o accordi energetici temporanei con altri produttori per stabilizzare il mercato.
Infine c’è il fattore politico interno. Trump continua a presentare la guerra come una dimostrazione di forza e come una campagna quasi conclusa, sostenendo che “non c’è praticamente più nulla da colpire” in Iran. Tuttavia questa retorica risponde soprattutto a esigenze di consenso. Una guerra lunga rischierebbe di trasformarsi rapidamente in un problema elettorale, soprattutto se accompagnata da inflazione energetica e rallentamento economico. In questo senso la “exit strategy” non dipende soltanto dalla situazione militare sul terreno, ma dal momento in cui il costo politico interno della guerra diventerà più alto dei benefici strategici.
Scritto da: Daniele Biacchessi
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