Il Corsivo

Ultima settimana di campagna sul referendum

today16 Marzo 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Siamo giunti all’ultima settimana della campagna sul referendum costituzionale, e lo scontro non è più sul merito della riforma della giustizia del ministro Guardasigilli Carlo Nordio, sulla separazione delle carriere e sul ruolo del Csm, ma si è trasformato, giorno dopo giorno, in una chiamata di popolo sull’operato del Governo.

Come accaduto nel 2017 nel referendum promosso dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, anche in questo appuntamento elettorale è andata in scena la personalizzazione del conflitto politico, con accuse rivolte al Csm, all’Anm, ai partiti di maggioranza e di minoranza, in una escalation verbale e mediatica dai toni sempre più accesi, denigratori, insopportabili.

Uno scontro politico che ci riporta indietro di ottant’anni

Giorgia Meloni e tutti i ministri dell’esecutivo si sono impegnati direttamente nella campagna per il sì. La premier, invece di restare fuori dallo scontro in quanto istituzione super partes, nel suo ultimo comizio a Milano, ha detto che in caso di vittoria del no si sarebbero liberati stupratori e criminali della peggior specie. Il ministro Nordio ha giudicato il Csm, il massimo organo di autocontrollo della magistratura, un organismo paramafioso.

La sua capa di Gabinetto Bartolozzi ha affermato che votando a favore della riforma si metterebbero da parte i magistrati, paragonati a plotoni di esecuzione. D’altro canto, il procuratore di Napoli Gratteri, schierato per il no, ha lanciato parole dure contro il giornale Il Foglio. I temi centrali del dibattito sulla riforma sono stati messi da parte.

A nulla è servito l’appello del Capo dello Stato Sergio Mattarella che, presiedendo dopo undici anni il plenum del Csm, aveva esortato la classe politica ad abbassare i toni. Il risultato è quello di una campagna che porta indietro l’orologio della Storia, a ottant’anni fa, nel periodo in cui si stava formando la Repubblica italiana. Perché in gioco qui c’è la tenuta dei principi scritti nella nostra Costituzione, non altro.

Referendum: una questione lunga

Al di là della polemica quotidiana e delle dichiarazioni sopra le righe, il referendum sulla riforma della giustizia proposta dal ministro Carlo Nordio si colloca in una disputa molto più lunga e strutturale che attraversa la storia repubblicana. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri non è infatti un tema nuovo: se ne discute da oltre trent’anni, almeno dai primi anni Novanta, quando l’inchiesta di Mani Pulite aprì una fase di forte tensione tra politica e magistratura.

Da allora una parte consistente del mondo politico ha sostenuto che il sistema attuale, in cui giudici e pubblici ministeri appartengono allo stesso ordine e condividono lo stesso percorso professionale, possa generare una vicinanza culturale e istituzionale che rischia di indebolire il principio di terzietà del giudice nel processo. I sostenitori della riforma affermano infatti che separare nettamente i due ruoli renderebbe il giudice più indipendente dall’accusa, rafforzando il modello del processo accusatorio introdotto negli anni Ottanta. In questa prospettiva, la riforma modificherebbe alcuni articoli della Costituzione e introdurrebbe carriere distinte fin dall’inizio del percorso professionale, impedendo il passaggio da una funzione all’altra durante la vita lavorativa.

Dall’altro lato, i critici temono che una divisione troppo rigida possa indebolire l’autonomia complessiva della magistratura, soprattutto se accompagnata da modifiche agli organi di autogoverno come il Consiglio superiore della magistratura. La riforma infatti prevede anche cambiamenti nella composizione degli organi di controllo, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura, fenomeno che negli ultimi anni è stato al centro di numerose polemiche pubbliche.

Proprio questo punto rappresenta uno dei nodi più delicati del dibattito: per i sostenitori del “sì” si tratta di superare un sistema percepito come autoreferenziale, mentre per i sostenitori del “no” il rischio è che l’equilibrio tra i poteri dello Stato venga alterato a favore della politica. Il referendum confermativo nasce proprio da questo conflitto: la riforma è stata approvata dal Parlamento ma senza raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi, condizione che consente di sottoporla al giudizio diretto dei cittadini.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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