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Trump lancia il Board of Peace di Gaza

today20 Febbraio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Il presidente americano Trump avvia il primo atto formale per la costituzione del Board of Peace di Gaza e annuncia che gli Usa stanzieranno dieci miliardi di dollari per la ricostruzione e risponde alle preoccupazioni sulla volontà di usare il nuovo organismo per rimpiazzare l’Onu, promettendo invece di collaborare con il Palazzo di Vetro e sostenere il suo rilancio. “L’Onu ha grandi potenzialità. Finora non le ha realizzate a pieno, ma noi intendiamo aiutarla a farlo, anche con il sostegno economico.

Il Board può accompagnare le Nazioni Unite per realizzare meglio il loro mandato”, ha detto Trump. La prima riunione si è tenuta allo United States Institute of Peace di Washington. Una ventina di paesi hanno deciso di aderire subito mentre altri, come l’Italia, hanno scelto di partecipare come osservatori. Trump ha detto che la pace è tornata a Gaza e la ricostruzione procederà grazie al piano in 20 punti e al lavoro del Board: “Alcuni paesi stanno facendo i furbi, ma alla fine tutti ne faranno parte”. Prima dell’incontro alcuni membri avevano promesso 5 miliardi di dollari, mentre altri, come Indonesia, Egitto e Giordania, hanno promesso truppe per la stabilizzazione.

Il tycoon minaccia Teheran

Trump approfitta della scena internazionale del suo progetto su Gaza e minaccia Teheran: “I colloqui finora sono stati positivi, però dobbiamo concludere un accordo significativo. L’Iran non può avere l’arma atomica, e questo gli è stato detto in maniera molto chiara. Se non raggiungeremo l’intesa, accadranno brutte cose”. Intanto il Pentagono completa lo schieramento militare che potrebbe attaccare la Repubblica islamica. Il capo della Casa Bianca punta ancora sulla diplomazia, ma ha stabilito un limite temporale ai negoziati, dicendo che “scopriremo cosa succederà nel giro di dieci giorni”.

Organizzazione interna Board of Peace

Secondo lo statuto pubblicato all’interno del Board of Peace, l’organismo è stato concepito più come un meccanismo internazionale permanente per la costruzione della pace, e non esclusivamente per la crisi di Gaza: il testo dello statuto, composto da un preambolo e 13 capitoli distribuiti su sette pagine, indica che il mandato può estendersi ad altre crisi globali oltre alla Striscia di Gaza. Ciò significa che, nelle intenzioni dei suoi redattori, il Board potrebbe un giorno porsi come un attore operativo su scala internazionale per la gestione di conflitti, ricostruzione e stabilizzazione, potenzialmente oltre il Medio Oriente.

La presidenza dell’organismo è attribuita direttamente a Trump, ma con una clausola molto particolare: la guida del Board non è legata all’ufficio di Presidente degli Stati Uniti. In altre parole, il presidente americano nel 2026 presiede il Board in base a uno statuto che non prevede automaticamente un suo successore in caso di cambiamento di amministrazione a Washington. Questo tratto fa emergere un nodo istituzionale rilevante: il Board potrebbe funzionare quasi come un’entità internazionale autonoma, con un presidente non necessariamente legato all’elezione statunitense, configurando una sorta di “organizzazione globale per la pace” alternativa, almeno nella visione dei suoi sostenitori.

Il testo statutario prevede che per diventare membro permanente del Board ogni Paese debba versare una somma base, indicata nell’ordine di un miliardo di dollari, destinata a finanziare le sue operazioni generali. Questo requisito, oltre a costituire un criterio di ingresso, crea inevitabilmente una gerarchia finanziaria tra Stati membri e osservatori e solleva interrogativi su come si garantirà l’equilibrio decisionale tra Paesi grandi donatori e quelli con minori capacità economiche.

Sul piano operativo, le competenze del Board di Peace includono la raccolta di fondi, la supervisione dei progetti di ricostruzione e la possibile gestione della sicurezza nelle aree interessate, collaborando con forze internazionali di stabilizzazione (come quelle già annunciate per Gaza). Tuttavia, già da alcuni documenti emerge che il Board potrebbe avere ruoli di coordinamento più ampi, per esempio nell’armonizzazione delle iniziative di ricostruzione e nella governance post-conflitto, ruoli che tradizionalmente sono stati appannaggio di organismi multilaterali come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, la Banca Mondiale o l’Unione Europea.

La combinazione di un mandato potenzialmente esteso e di un presidente con mandato personale solleva riflessioni su come questo organismo potrebbe interfacciarsi con le istituzioni internazionali esistenti e quali potrebbero essere le implicazioni per il sistema multilaterale tradizionale. Critici già sottolineano che, pur essendo proposto come un complemento all’azione delle Nazioni Unite, la struttura e lo statuto del Board rischiano di creare un nuovo “centro di potere” multilaterale con regole diverse da quelle delle organizzazioni internazionali consolidate, e con un’attenzione forte alla leadership statunitense e dei suoi principali alleati.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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