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Rogoredo, Cinturrino resta in carcere. Gip: “Ha sparato per uccidere Mansouri”

today26 Febbraio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Il Gip di Milano Domenico Santoro mantiene la detenzione dell’assistente capo del Commissariato Mecenate, Carmelo Cinturrino, accusato dell’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo, alle porte di Milano.

Non è stato convalidato il fermo, non sussistendo il pericolo di fuga, ma il giudice ha disposto la custodia cautelare in carcere. “Le caratteristiche e le modalità dell’azione compiuta dal Cinturrino appaiono chiaramente assistite da un grave quadro indiziario della volontà omicida”, scrive il giudice.

La certezza sull’arma utilizzata da Cinturrino e sulle modalità dell’omicidio

“Il tipo di arma usata, la sua micidialità, la posizione reciproca tra aggressore e vittima (con quest’ultima in una sostanziale posizione di fuga), le capacità dell’indagato nel maneggiare e utilizzare l’arma, la parte vitale del corpo del Mansouri oggetto di mira (il cranio) e, conseguentemente, attinta risultano univoca dimostrazione dell’intento del Cinturrino di uccidere il Mansouri, senza che spazio possa in atto aprirsi a dubbi sul reale suo volere“, scrive il gip nel suo provvedimento.

L’ipotesi che l’agente si sia spaventato perché il pusher volesse impugnare o gettare una pietra a una distanza di circa 25 metri, suonano come deboli ipotesi di difesa. Dunque, per il gip Santoro si può escludere il pericolo di fuga, ma sussistono, “rilevantissime esigenze” per lasciare in carcere Cinturrino. Si tratta di circostanze “assolutamente allarmanti”, alla luce del fatto che il poliziotto ha esploso un colpo d’arma da fuoco nei confronti di un uomo che, di fatto, si trovava “in posizione di fuga e che non costituiva una effettiva fonte di pericolo o anche solo di minaccia”.

Per il gip, inoltre, Cinturrino può “commettere ulteriori gravi reati della stessa specie di quello per cui si procede, ovvero con l’uso di armi o di altri mezzi di violenza personale, se non di criminalità organizzata”. Pericolo, questo che appare non solo attuale ma nella sua massima estensione”.

Gestione della scena del crimine

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, dopo che il colpo mortale fu esploso contro Abderrahim Mansouri, ci fu un ritardo significativo nell’attivazione dei soccorsi, con la chiamata al 118 effettuata oltre 20 minuti dopo l’accaduto, un intervallo che secondo consulenti medico-legali potrebbe avere compromesso le possibilità di sopravvivenza della vittima.

I filmati e gli elementi tecnologici, telecamere di sorveglianza e analisi telefoniche, hanno mostrato uno degli agenti che inizialmente si allontana dalla scena per poi tornare con uno zaino, elemento ritenuto rilevante perché supporta l’ipotesi che la pistola a salve ritrovata accanto al corpo non fosse presente al momento dello sparo ma sia stata portata sul luogo in un secondo momento per costruire un alibi.

La dinamica pone importanti questioni sulle procedure operative delle forze dell’ordine: l’uso di armi, la gestione di prove e la tempestività dei soccorsi in casi di ferimento o morte. Il fatto che la supposta arma della vittima una replica di Beretta priva di tracce biologiche riconducibili a Mansouri e con tracce genetiche diverse da quelle che ci si aspetterebbe in una legittima difesa ha messo in evidenza la necessità di procedure di raccolta prove rigorose e trasparenti in operazioni ad alto rischio.

Le indagini hanno evidenziato che gli altri agenti presenti inizialmente fornirono versioni non coerenti con i rilievi scientifici, imponendo agli inquirenti un lavoro approfondito di confronto tra testimonianze e dati tecnici per ricostruire la dinamica reale dei fatti. Questo ha messo sotto i riflettori anche la questione della fiducia nelle ricostruzioni fornite dalle forze dell’ordine nei momenti immediatamente successivi a eventi critici, soprattutto quando si tratta di uso di armi da fuoco.

Il dibattito pubblico si è allargato oltre gli aspetti giudiziari strettamente connessi al caso, toccando temi come la formazione e supervisione degli agenti in servizio, la necessità di tecnologie come le bodycam obbligatorie durante operazioni particolarmente sensibili e più in generale la trasparenza con cui vengono gestite queste situazioni. La vicenda ha anche spinto alcuni sindacati e esponenti delle forze dell’ordine a rivedere iniziative come raccolte fondi per la difesa degli agenti coinvolti, restituendo somme raccolte alla luce delle rivelazioni emerse.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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