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Cresce la rabbia degli iraniani contro gli ayatollah. Centinaia tra morti e feriti

today12 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

La repressione delle proteste fa salire il bilancio delle vittime mentre il regime minaccia Stati Uniti e Israele e la comunità internazionale si schiera con gli iraniani.

La società civile iraniana si scaglia contro il regime degli ayatollah: Il bilancio della repressione della polizia di Teheran cresce di ora in ora: secondo diverse ong si contano quasi 600 morti e almeno diecimila arresti. 48 agenti della sicurezza iraniana che hanno perso la vita negli scontri.

Le autorità hanno avvertito che, se Washington dovesse colpire l’Iran come ipotizzato dal presidente Donald Trump, gli Stati Uniti e Israele diventerebbero “obiettivi legittimi”, minacciando basi, navi e interessi americani nella regione e lasciando intendere anche la possibilità di azioni preventive. In particolare, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha accusato americani e israeliani di voler seminare caos in Iran, sostenendo che gruppi definiti “terroristi” sono i responsabili di violenze, incendi di moschee e attacchi a beni pubblici in corso questi giorni.

Le reazioni internazionali

Donald Trump riceverà un briefing martedì sulle opzioni per rispondere alla repressione delle proteste da parte dell’Iran. Trump è stato avvertito che l’esercito americano ha bisogno di più tempo per prepararsi agli attacchi. Intanto il figlio maggiore dell’ultimo scià di Persia, Reza Pahlavi, si è detto “pronto a tornare in Iran il prima possibile” per guidare la transizione politica nel Paese. “Mentre la repressione si intensifica e la perdita di vite innocenti continua, stiamo monitorando attentamente la situazione.

L’Europa è al fianco del popolo iraniano nella sua legittima lotta per la libertà”, afferma la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto di sperare che l’Iran si liberi presto da quello che ha definito il “giogo della tirannia”. All’Angelus il pensiero del Papa si rivolge “a quanto sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente, in particolare in Iran e in Siria dove persistenti tensioni stanno provocando la morte di molte persone”.

Rubina Aminian, il simbolo della repressione

Il primo volto noto delle vittime della violenta repressione in corso in Iran ha il sorriso di Rubina Aminian, 23 anni. Studentessa di moda allo Shariati College di Teheran, è stata uccisa dalle forze del regime nella notte dell’8 gennaio all’uscita dell’istituto mentre si univa ai manifestanti scesi in piazza per contestare il governo degli ayatollah. L’ong Iran Human Rights, citando fonti vicine alla famiglia Aminian, sostiene che “la giovane donna curda originaria di Marivan è stata colpita da distanza ravvicinata alle spalle, con il proiettile che l’ha raggiunto la testa”.

Crisi economica strutturale degli iraniani 

Le mobilitazioni scoppiate alla fine di dicembre 2025 sono il risultato di anni di deterioramento del tenore di vita, di svalutazione della moneta, di aumento dei prezzi dei beni essenziali e di una incapacità cronica dello Stato di soddisfare bisogni economici fondamentali. Nel corso del 2025, l’inflazione ha raggiunto livelli estremi e il valore del rial iraniano è precipitato, con conseguenze devastanti per gli acquisti quotidiani di cibo, medicinali e carburante. In un paese in cui una gran parte della popolazione viveva già di salari modesti, questo ha significato che sempre più famiglie non riuscivano a coprire nemmeno le spese più basilari.

Questa crisi economica non è nata dal nulla ma è stata esacerbata da molteplici fattori interconnessi. Le sanzioni internazionali, in particolare quelle che colpiscono il settore petrolifero hanno tagliato drasticamente le risorse disponibili per importazioni e spesa pubblica, limitando la capacità del governo di investire in servizi essenziali o di stabilizzare l’economia tramite politiche fiscali efficaci. Allo stesso tempo, conflitti regionali e tensioni geopolitiche, come la guerra di 12 giorni con Israele a metà del 2025, hanno contribuito a drenare ulteriormente le finanze pubbliche e a dissuadere gli investimenti esteri, aggravando la pressione economica interna.

Ma il problema non è stato solo finanziario: la disillusione rispetto alle istituzioni di governo e la percezione di una gestione corrotta o inefficiente dell’economia da parte dei vertici teocratici hanno generato una frattura di fiducia tra la popolazione e lo Stato. L’apparato politico, dominato da figure religiose e militari, è percepito da molti cittadini come lontano e insensibile alle necessità reali della società. La recente ondata di proteste ha mostrato che la rabbia popolare non è più confinata a gruppi specifici come studenti o mercanti, ma si è estesa a vaste fasce della popolazione, incluse famiglie urbane, lavoratori e professionisti che soffrono quotidianamente per la mancanza di opportunità economiche e stabilità.

La disoccupazione, la disparità di reddito e la mancanza di prospettive hanno trasformato la protesta contro la vita quotidiana in una richiesta più ampia di riforme politiche e sociali. I giovani iraniani, in particolare, rappresentano una quota significativa di chi scende in piazza, stanchi di un sistema che sembra offrire poche possibilità di cambiamento e di realizzazione personale. Questo elemento generazionale è cruciale perché sottolinea come il dissenso non sia solo una reazione alla repressione o alle condizioni materiali, ma anche una ribellione culturale e identitaria contro un ordine politico considerato antiquato e inefficace.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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