Naufragio Sicilia: Diritto internazionale marittimo e gli obblighi degli Stati costieri Secondo il diritto internazionale, sancito in accordi come la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare (SOLAS, 1974), la Convenzione sul diritto del mare delle Nazioni Unite (UNCLOS, 1982) e la Convenzione internazionale sul salvataggio marittimo (SAR, 1979), ogni Stato e ogni comandante di nave ha l’obbligo di prestare assistenza a chiunque sia in pericolo in mare, indipendentemente dalla nazionalità o dallo status delle persone in difficoltà. Queste norme non solo impongono l’immediato soccorso, ma anche la necessità di coordinare operazioni di ricerca e soccorso (SAR) e di portare le persone salvate in un “luogo di sicurezza” il prima possibile, dove ricevere cure e assistenza adeguate. Tuttavia, negli ultimi anni questa cornice giuridica è stata messa alla prova da normative e pratiche nazionali che, pur dichiarando di voler controllare i flussi migratori, finiscono per ostacolare le operazioni di salvataggio umanitario. In Italia, ad esempio, la Legge n. 15/2023 ha introdotto misure che limitano la presenza delle navi delle ONG nel Mediterraneo e impongono regole più restrittive per l’accesso ai porti dopo i soccorsi. Secondo le organizzazioni umanitarie e i Relatori Speciali delle Nazioni Unite, tali norme possono violare il diritto internazionale marittimo perché ritardano o impediscono la capacità di intervenire tempestivamente in operazioni di soccorso, e possono addirittura esporre i migranti a condizioni di pericolo di vita. Questa situazione si inserisce in un quadro più ampio di criminalizzazione delle ONG che operano nel Mediterraneo. Negli ultimi anni, diverse navi civili che cercavano di salvare profughi sono state impugnate o fermate dalle autorità italiane, con multe e detenzioni amministrative per gli equipaggi, spesso sotto accuse legate all’immigrazione irregolare. Tali provvedimenti sono criticati perché colpiscono le organizzazioni che lavorano per salvare vite, senza affrontare efficacemente le cause profonde delle migrazioni o migliorare il sistema di soccorso pubblico. Le misure, dicono i critici, riducono la presenza di mezzi in mare proprio nei punti più a rischio, favorendo così un aumento delle tragedie. In parallelo, alcune ONG e gruppi di soccorso internazionale hanno denunciato che gli Stati membri dell’Unione europea hanno progressivamente delegato parte delle operazioni di rescEU e Frontex ad autorità costiere di Paesi come Libia e Tunisia, che non sempre rispettano gli standard umanitari e che in alcuni casi sono state accusate di violenze, respingimenti e condizioni disumane nei centri di detenzione. Critici di questa politica sostengono che la cooperazione con tali autorità, finanziata anche dall’UE, può trasformare operazioni presentate come “salvataggi” in forme di respingimento mascherato, con gravi violazioni dei diritti umani. Questo intreccio di diritto internazionale, politiche nazionali restrittive e pressioni politiche internazionali crea un ambiente in cui la risposta alle emergenze in mare è frammentata e spesso inadeguata. Mentre le norme globali impongono salvataggi e protezione dei diritti umani, le pratiche effettive sul campo possono rendere più difficile, lento e pericoloso intervenire per salvare vite umane in pericolo nel cuore del Mediterraneo.
insert_link L'apertura di Giornale Radio Trump firma lo Statuto del Board of Peace di Gaza today23 Gennaio 2026
insert_link L'apertura di Giornale Radio L’Europarlamento congela l’accordo commerciale con gli Stati Uniti today22 Gennaio 2026