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Trump, al momento, non attacca Teheran

today16 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Trump frena l’opzione militare contro l’Iran: stop al raid, rientro delle truppe e pressione su Teheran con nuove sanzioni USA ed europee.

Il piano di un raid americano in Iran è stato cancellato e al personale della base aerea americana di Al-Udeid, in Qatar, è stato chiesto di rientrare. Gli aerei statunitensi stanno gradualmente tornando alla base, così come i militari. Secondo diversi media, Donald Trump ha personalmente bloccato l’azione militare.

Il Presidente avrebbe detto ai suoi consiglieri che avrebbe autorizzato solo azioni militari con un risultato chiaro e decisivo, e nessuno poteva garantire il collasso del regime. Anche l’inviato dell’Iran in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, ha rivelato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha informato Teheran che non attaccherà il Paese e ha chiesto anche all’Iran di esercitare moderazione.

Nuove sanzioni contro l’Iran per la repressione delle proteste

Il dipartimento del Tesoro americano ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran per la repressione delle proteste. “Mentre il popolo iraniano scende coraggiosamente in piazza per rivendicare le libertà fondamentali e la sicurezza economica, il dipartimento del Tesoro sta adottando misure contro gli artefici della brutale repressione di manifestanti pacifici”, sostiene il segretario americano Scott Bessent.

Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen preannuncia sanzioni contro Teheran. “Le sanzioni stanno avendo effetto, stanno indebolendo il regime e contribuiscono a spingere affinché giunga alla fine e si verifichi un cambiamento”, afferma Ursula von der Leyen. Nel pacchetto europeo non dovrebbe essere incluso l’inserimento del Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica tra le organizzazioni terroristiche.

Trump non attacca: radici economiche e sociali delle proteste

Le proteste iraniane non nascono dal nulla: esplodono in un contesto di grave crisi economica strutturale che ha radici profonde e si è aggravata negli ultimi anni. L’economia iraniana è entrata in una delle sue peggiori fasi di sempre, dominata da inflazione galoppante, svalutazione estrema della moneta nazionale e difficoltà di approvvigionamento di beni di prima necessità. Secondo analisi economiche, il rial ha perso molto del suo valore contro il dollaro e l’inflazione ha eroso pesantemente il potere d’acquisto delle famiglie iraniane, con un impatto molto forte sui prezzi di alimenti e beni quotidiani.

La percentuale di persone che vivono sotto la soglia di povertà è aumentata notevolmente negli ultimi anni, e settori chiave della società si trovano in difficoltà costante. Questa situazione economica aggravata si intreccia in modo complesso con la questione delle sanzioni internazionali. Le restrizioni economiche, in particolare quelle imposte dagli Stati Uniti e, in misura variabile, dall’Unione Europea e dalle Nazioni Unite, hanno limitato la capacità dell’Iran di vendere petrolio sui mercati globali, di accedere ai sistemi finanziari internazionali e di attrarre investimenti esteri. Il settore energetico, tradizionale fonte primaria di entrate per lo Stato, è stato particolarmente colpito, indebolendo ulteriormente le finanze pubbliche e mettendo pressione su un’economia già fragile.

Come conseguenza, molti iraniani devono affrontare difficoltà quotidiane gravi: costi della vita in aumento, perdita di posti di lavoro, riduzione dei servizi pubblici e persino carenze di beni essenziali come l’acqua in alcune regioni, aggravate da problemi ambientali e cattiva gestione delle risorse. L’aumento dei prezzi e l’effetto combinato delle politiche economiche interne ed esterne hanno alimentato un malcontento diffuso in ampi strati della popolazione.

Le proteste, di conseguenza, non sono solo reazioni isolate a singoli eventi: rappresentano l’espressione di frustrazioni accumulate per anni di difficoltà economiche e di governance percepita come inefficace o corrotta. I cortei coinvolgono non solo studenti e giovani, ma anche lavoratori, commercianti e settori più ampi della società che chiedono non solo riforme economiche ma un cambiamento più profondo nel sistema politico. La repressione delle proteste con violenza ha ulteriormente radicalizzato la situazione, portando a un ciclo di malcontento e repressione che rende più difficile trovare soluzioni interne senza affrontare prima le cause strutturali.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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