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“Come negli anni ’30, se vincono loro difficile restare in Italia”: la profezia della Comunità Ebraica

today10 Giugno 2026

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“Come negli anni ’30, se vincono loro difficile restare in Italia”: la profezia della Comunità Ebraica

Dalia Gubbay, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano, si confessa ai microfoni di Italia No Limits con Roberto Poletti su Giornale Radio, descrivendo un clima di crescente ostilità che sembra non avere fine. Il suo racconto parte da una ferita emotiva profonda, quella di chi si sente straniero nella propria terra. “Ogni volta è peggio. Mi ritengo una donna con le spalle forti, ma quando ne parlo mi viene un po’ il magone”, ammette con amarezza.

Non si tratta di una semplice sensazione passeggera, ma di un parallelismo storico che gela il sangue: “Ci sono dei momenti in cui ci sentiamo veramente come negli anni 30, alcune cose sono molto, molto simili, troppo simili”.

Il peso del doppio standard internazionale

Il dibattito si sposta sulla percezione globale di Israele e sul trattamento riservato agli ebrei nella diaspora, vittime di quello che Gubbay definisce un pregiudizio lampante. “Siamo stufi di questo doppio standard, è una cosa che non si può più tollerare”, attacca la vicepresidente, citando casi di cronaca internazionale passati sotto silenzio.

Il confronto è immediato: “Vogliamo parlare dei due signori che sono adesso nelle carceri in Libia? Nessuno ne sta parlando. Ovviamente fossero stati incarcerati in Israele, apriti cielo”. Secondo Gubbay, esiste una volontà precisa di colpevolizzare l’intera popolazione ebraica per ogni singola azione mediorientale: “A noi si dà la colpa di qualunque cosa succede in Israele appena vola un uccellino”.

Ebrei zittiti e intellettuali emarginati

L’esclusione non risparmia nemmeno i contesti legati ai diritti civili, come dimostrato dalle recenti tensioni al Gay Pride di Roma. “L’associazione Keshet è stata invitata a non partecipare. Dicono che gli ebrei possono venire a piedi, ma non possono avere il carro”, spiega Gubbay, vedendo in questo un tentativo sistematico di cancellazione.

Per la vicepresidente, il messaggio è chiaro: “Gli ebrei vengono zittiti”. La scure della marginalizzazione colpisce anche chi prova a mantenere un equilibrio razionale, come accaduto a figure del calibro di Erri De Luca o Francesco De Gregori: “Se qualcuno si discosta, viene emarginato anche lui. Tutto gira intorno a noi ed è una cosa che sta diventando sempre più grave e preoccupante”.

La difesa di Israele contro il terrorismo

Rispondendo alle critiche sulla condotta bellica, Gubbay rigetta le accuse più pesanti, parlando di una narrazione falsa volta a demonizzare lo Stato ebraico. “Tutta questa è una narrazione assolutamente falsa che noi rigettiamo in toto”, afferma, riferendosi alle imputazioni di torture e stupri mosse contro i militari.

La distinzione con altri conflitti, come quello russo-ucraino, è netta: “La Russia è un paese invasore. Israele è vittima di terrorismo”. La vicepresidente difende l’operato dell’esercito, ricordando che il nome stesso, IDF, significa forze di difesa: “Le guerre che fa Israele sono guerre di difesa, non piacciono a nessuno, ma noi dobbiamo sopravvivere”.

L’obbligo di dissociazione e il futuro politico

Un punto particolarmente doloroso è la richiesta costante di prendere le distanze dalle politiche di Gerusalemme, una pressione che Gubbay ritiene un’ingiustizia senza precedenti. “Io come ebrea italiana continuo a chiedermi perché mi devo sentire in colpa, perché mi devo dissociare dal governo del mio paese”. Questa pretesa rappresenta un “unicum” che non viene applicato a nessun’altra nazionalità o religione.

Il timore per il futuro dell’Italia è però il culmine della sua riflessione: “Se tra un anno dovesse vincere una certa parte politica per noi sarebbe molto molto difficile anche solo pensare di rimanere a vivere in Italia”. Sebbene oggi il governo attuale offra sostegno, l’ombra di un cambio di linea politica appare come una minaccia esistenziale: “Se dovesse passare un’altra linea politica per noi sarebbe un grande problema, enorme”.

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