Il Corsivo

La sconfitta di Orban, la lezione al popolo Maga, la nuova Ungheria europea

today14 Aprile 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

La caduta di Orbán in Ungheria rappresenta una perdita per la politica in stile MAGA e un monito sul fatto che persino un sistema sviluppato intorno al concetto di “democrazia illiberale” ha i suoi limiti. Il presidente americano Trump e il vicepresidente JD Vance hanno investito credibilità personale e capitale politico per sostenere Orban, arrivando persino a inviare Vance a fare campagna elettorale per l’ex premier ungherese negli ultimi giorni delle elezioni.

Il risultato rappresenta una battuta d’arresto per la Casa Bianca e un’umiliazione per il suo migliore amico in Europa. La destituzione di Orbán rappresenta un nuovo trionfo per una particolare forma di politica, quella caratterizzata da candidati riformisti che fondano nuovi partiti e fanno saltare in aria quelli esistenti, vincendo le elezioni rendendo obsolete le strutture politiche tradizionali.

Il successo di Magyar e la nuova sfida contro Trump

L’ungherese Peter Magyar, leader del partito anti-Orbán Tisza, è l’ultimo vincitore di questo stampo. Non esiste una figura analoga tra gli avversari americani di Trump. Non si tratta solo della tendenza elettorale del momento in Ungheria, piuttosto Magyar si unisce a un gruppo eterogeneo di leader sparsi tra Parigi, Roma, Ottawa, Buenos Aires, Seul e Washington. Questo gruppo è privo di coerenza ideologica. Ne fanno parte un ex banchiere centrale tecnocratico, un ex avvocato del lavoro che si scaglia contro i conglomerati, un attivista libertario armato di motosega e un costruttore alberghiero ossessionato dai dazi doganali, diventato star dei reality show.

Magyar, 45 anni, era un oscuro funzionario di medio livello nel partito di Orbán prima di abiurare con una spettacolare defezione, armato di una compromettente registrazione segreta della moglie, che aveva lavorato nel governo di Orbán. Ciò che questi politici hanno in comune è una via per il potere. Il successore più forte di Trump, a prescindere dal partito, non sarebbe un arrivista in attesa del proprio turno, ma piuttosto qualcuno pronto a conquistare il ruolo attraverso la rottura degli schemi e la lotta.

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Scritto da: Daniele Biacchessi


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