Il Corsivo

In Iran dodicimila morti, denuncia l’opposizione. Molti sono under 30

today14 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Secondo Iran International la repressione del regime avrebbe colpito soprattutto giovani e studenti durante le proteste di gennaio.

Un pezzo della nuova generazione iraniana sotto i trent’anni è andata a morire in piazza, uccisa dalla polizia, oppure arrestata e detenuta illegalmente nelle carceri di massima sicurezza del regime teocratico degli ayatollah, o rimasta senza vita in seguito a torture indescrivibili ed esecuzioni capitali. Almeno 12mila morti, sostiene la testata di opposizione Iran International con sede a Londra.

Il rapporto di Iran International

Iran International parla del più grande massacro nella storia contemporanea iraniana, avvenuto in gran parte nelle notti dell’8 e 9 gennaio. La stima del comitato editoriale del giornale si basa su un’analisi esclusiva di fonti e dati medici e la sua diffusione è stata ritardata di qualche giorno fino alla convergenza delle prove: si basa infatti su una verifica accurata, avvenuta in più fasi di notizie provenienti da più fonti, tra cui una vicina al Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale.

Le stime di Iran International non collimano con quelle del regime che ammettono duemila morte, compresi agenti di sicurezza , e i dati forniti dall’ong statunitense Human Rights Activists News Agency, secondo cui le vittime sono state 646 vittime. Il blackout di internet che da giorni colpisce il Paese rende difficile ottenere dati completi e verificare in modo indipendente le informazioni. Ma al di là delle discordanze sui numeri, la mattanza della dittatura ha coinvolto ragazzi e ragazze, studenti universitari e giovanissimi. Il regime, ormai in crisi politica ed economica, ha voluto quindi eliminare quello che spesso fanno i dittatori poco prima di andarsene: la memoria e il futuro di un paese.

Confessioni forzate e strumenti di intimidazione

In numerosi casi collegati alle proteste di larga scala di questi anni, le autorità iraniane hanno ricorso alla diffusione pubblica di confessioni registrate o riprese in contesti che, secondo attivisti e osservatori esterni, mostrano chiare prove di coercizione o tortura. Secondo fonti indipendenti, negli ultimi giorni le televisioni di Stato hanno mandato in onda quasi cento confessioni di presunti manifestanti accusati di reati legati alle proteste: queste confessioni, trasmesse con volti sfocati, musica drammatica o montaggi suggestivi, sono state utilizzate in maniera diffusa per giustificare l’azione delle forze di sicurezza e per legittimare il ricorso a pene severe, incluse condanne a morte.

I gruppi per i diritti umani sostengono che tali confessioni raramente riflettano dichiarazioni volontarie, ma siano ottenute dopo pressioni psicologiche intense o torture fisiche nei centri di detenzione segreti o nelle carceri del regime. Il problema non riguarda soltanto la diffusione televisiva di registrazioni: spesso il processo stesso contro i detenuti legati alle proteste è affidato a corti rivoluzionarie speciali che operano senza le garanzie di un giusto processo previste dal diritto internazionale.

Organizzazioni come Iran Human Rights e Amnesty International hanno documentato casi in cui gli accusati non avevano accesso a un avvocato, non potevano consultare la famiglia né contestare le prove presentate contro di loro. I procedimenti possono durare pochi minuti, con giudici che basano le sentenze principalmente su confessioni estorte piuttosto che su prove indipendenti. Queste prassi violano principi fondamentali del diritto penale, come la presunzione di innocenza e il diritto a una difesa adeguata.

La finalità politica di questo approccio è duplice. In primo luogo, le confessioni forzate servono a demonizzare i manifestanti agli occhi dell’opinione pubblica interna, presentandoli come criminali o “nemici dello Stato” piuttosto che come cittadini che esercitano diritti civili. In un clima di censura e blackout di internet, in cui l’informazione indipendente è gravemente ostacolata dal regime, tali confessioni diventano uno degli strumenti principali con cui lo Stato plasma la narrazione pubblica.

In secondo luogo, l’uso di confessioni estratte sotto tortura rende più semplice ottenere condanne severe, inclusa la pena di morte, contro persone accusate di reati vaghi come “mohareb” (nemico di Dio), una categoria giuridica ampia e arbitraria che in Iran può portare rapidamente alla condanna capitale senza criteri processuali chiari. La comunità internazionale ha espresso preoccupazione per questa dinamica, sottolineando che la combinazione di detenzione arbitraria, tortura e processi sommari potrebbe configurare crimini contro l’umanità secondo il diritto internazionale. Rapporti delle Nazioni Unite e di organizzazioni non governative hanno esortato il governo iraniano a cessare immediatamente tali pratiche e a garantire l’accesso di osservatori neutrali ai luoghi di detenzione e alle procedure giudiziarie.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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