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La politica estera di Trump è concentrata sui dossier Iran, Groenlandia, Venezuela, Gaza e conflitto Russia/Ucraina

today15 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Dal Medio Oriente all’Europa orientale, la strategia muscolare di Trump estende l’influenza americana ma alimenta tensioni e divisioni interne.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in calo di consensi anche tra i suoi elettori, ci ha abituati ormai all’uso della deterrenza per tentare di risolvere conflitti o estendere la cosiddetta dottrina Monroe in varie parti del mondo. È sempre avvenuto nella storia antica e moderna degli Stati Uniti, ma con l’avvento di Trump, nel secondo suo mandato, l’opzione militare si è palesata ovunque, rischiando di far sprofondare vari continenti in una sommatoria di piccole e grandi guerre, in una sorta di terza guerra mondiale a pezzetti. E’ accaduto contro Iran, Groenlandia, Venezuela, nei conflitti a Gaza e in Medio Oriente e tra Russia/Ucraina.

Il poliziotto del mondo

Trump ha potenziato la sua immagine di “poliziotto del mondo”, eludendo la promessa principale fatta agli elettori in campagna elettorale: prima gli americani, cioè prima le questioni interne del paese, poi la politica estera. L’allargamento dell’influenza di Trump e degli interessi americani in varie parti del globo divide il popolo Maga, non piace ai settori moderati dei repubblicani che hanno votato insieme ai democratici un provvedimento con cui obbliga il presidente a chiedere al Congresso l’autorizzazione di impiegare la forza militare in missioni all’estero come avvenuto in Venezuela. Con l’azione contro l’Iran del regime degli ayatollah, a sostegno dell’opposizione, il conflitto globale, già in corso, si allargherebbe ulteriormente con esiti imprevedibili.

Riluttanza e impatto sul sistema di alleanze tradizionali

La presidenza Trump ha adottato una visione sempre più critica nei confronti delle alleanze multilaterali e dei partner storici degli Stati Uniti, portando a profonde tensioni con molti paesi europei. Secondo la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata recentemente, l’amministrazione statunitense ha descritto alcune politiche interne europee come “anti-democratiche” e addirittura potenzialmente incompatibili con gli interessi statunitensi, suscitando forte irritazione tra i leader europei e contribuendo a un clima di sfiducia transatlantica.

Leader europei come il presidente francese Emmanuel Macron e il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier hanno denunciato che la politica estera statunitense sta allontanando gli Stati Uniti dai loro alleati tradizionali, erodendo i valori condivisi e indebolendo il multilateralismo su cui si basa la sicurezza collettiva in Occidente. Secondo questi critici, l’approccio di Washington ha promosso un “ritorno all’egemonia unilaterale” piuttosto che la cooperazione basata su istituzioni come l’ONU e l’UE, allontanando gli USA dai partner e incoraggiando gli europei a cercare una maggiore autonomia strategica.

Questa spaccatura si riflette anche nel dibattito sulla NATO: mentre storicamente gli Stati Uniti consideravano l’Alleanza Atlantica come il pilastro fondamentale della loro politica di difesa collettiva, sotto Trump si è registrato un crescente scetticismo americano rispetto all’impegno permanente verso i paesi membri. Alcuni leader statunitensi hanno suggerito che gli Stati Uniti si aspettano che gli alleati europei si assumano maggiormente la responsabilità per la propria difesa, una posizione che ha suscitato timori di abbandono o disimpegno strategico da parte di Washington.

Tale dinamica non solo ridisegna la percezione degli USA tra gli alleati storici, ma ha anche conseguenze sul campo: la frammentazione delle posizioni occidentali può essere sfruttata da potenze rivali come Russia e Cina per erodere ulteriormente l’influenza europea e globale degli Stati Uniti, complicando gli sforzi comuni su questioni chiave come la deterrenza contro Mosca o la risposta alla crescente assertività di Pechino nello spazio indo-pacifico.

Inoltre, la retorica di Trump e di alcuni membri della sua amministrazione che ha definito l’Europa “anti-democratica” o culturalmente divergente rispetto agli Stati Uniti ha alimentato un dibattito interno dentro l’UE sul ruolo futuro del Vecchio Continente nella difesa dei propri interessi strategici, portando alcuni paesi a considerare iniziative di difesa autonome o rafforzate strutture di cooperazione europea senza l’ombrello americano.

 

Scritto da: Daniele Biacchessi


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