Il Corsivo

La battaglia della famiglia e della società civile per la liberazione di Alberto Trentini

today13 Gennaio 2026

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Scritto da Daniele Biacchessi

Liberazione di Alberto Trentini: una mobilitazione lunga 423 giorni che ha visto in prima linea familiari, associazioni e istituzioni.

Diciamolo subito. Il merito primario della liberazione del cooperante veneziano Alberto Trentini è essenzialmente della famiglia, la cui perseveranza è stata a dir poco esemplare, dell’avvocato Alessandra Ballerini, di alcune testate tra cui Giornale Radio, della società civile, di uomini delle istituzioni come il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dell’associazionismo.

Fin da subito, poco dopo il suo arresto a Caracas 423 giorni fa, e il suo trasferimento nel carcere El Rodeo, in Venezuela, è cresciuto nel paese un ampio schieramento che ha chiesto al Governo di fare tutto il possibile per liberare Trentini. Appelli, manifestazioni, qualche intervento diplomatico sotto traccia. Nulla è accaduto, fino al blitz militare del presidente Trump che ha catturato Maduro, ma lasciata intatta la struttura politica ed economica che guidava il Venezuela.

Una liberazione doverosa

Negli ultimi giorni il Governo ha certamente favorito la liberazione di Alberto Trentini, ma era un atto dovuto, come per Cecilia Sala, come per Giuliana Sgrena, Domenico Quirico e altri. Nulla di più. L’impegno di intelligence, di diplomazia, sarebbe potuto giungere ben prima. Infatti, Armanda Colusso, la madre di Alberto Trentini, ha ringraziato il presidente Mattarella per la sua operosa solidarietà, il patriarca di Venezia e le associazioni che fin dal primo momento le sono state vicine, come Articolo 21, Libera, l’Arci.

La liberazione di Alberto è la dimostrazione che l’opinione pubblica quando si muove può ottenere un risultato, che onestamente si poteva ottenere anche già nel 2024, quando tutto era ormai chiaro e il governo venezuelano non aveva formato nessuna accusa.

Dinamiche diplomatiche internazionali e il ruolo dei rapporti

La liberazione del cooperante non è avvenuta in un vuoto politico, ma piuttosto in un contesto di profonda trasformazione interna al Venezuela e di riassetto delle relazioni internazionali nella regione. Fino alla scarcerazione, l’Italia aveva mantenuto aperture diplomatiche e canali di comunicazione con Caracas, ma questi sono stati spesso caratterizzati da uno stallo prolungato: tentativi di dialogo diretto da parte del governo italiano avevano registrato avances limitate e, in diversi casi, anche passi falsi, come la respinta dell’inviato speciale nominato dalla Farnesina per trattare direttamente il caso Trentini e di altri italiani detenuti nelle prigioni venezuelane.

Parallelamente, la situazione politica venezuelana ha vissuto una serie di scossoni che hanno complicato ulteriormente la gestione del dossier italiano. La detenzione di Trentini, iniziata nel novembre 2024, si è protratta in un periodo in cui il Paese stava attraversando una crisi istituzionale e di legittimità del potere centrale, con Maduro sempre più sotto pressione interna e internazionale. La crisi ha finito per influenzare i rapporti di Caracas con potenze straniere come Stati Uniti ed Unione Europea, costringendo il governo venezuelano ad adottare talvolta misure che mescolavano apertura diplomatica e tattiche di politica interna volte a ottenere concessioni o legittimazione.

Il contesto di relazioni esterne è stato determinante. La decisione di rilasciare Trentini e altri cittadini stranieri come Mario Burlò è avvenuta subito dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle autorità statunitensi e il conseguente arresto dell’ex presidente venezuelano: un evento che ha accelerato un riassetto delle alleanze e del quadro di potere interno in Venezuela, portando ad un maggiore interesse nel governo ad interim di Delcy Rodriguez di consolidare una legittimazione internazionale attraverso gesti simbolici di distensione.

È in questo contesto che vanno comprese le mosse della diplomazia italiana: oltre alle pressioni pubbliche, vi è stato un lavoro incessante «sotto traccia» che ha coinvolto non solo ministri ed ambasciatori, ma anche interlocuzioni informali tra governi interessati alla stabilità regionale. Le alte temperature del dossier – con la presenza di altri italiani detenuti da mesi senza un capo d’accusa preciso e in condizioni di isolamento – hanno reso necessario un equilibrio delicato tra fermezza sulle garanzie di sicurezza per Trentini e cautela nell’evitare un’escalation diplomatica che potesse peggiorare la sua situazione.

Un altro aspetto riguarda il peso delle istituzioni multilaterali e delle organizzazioni civili internazionali nella pressione esercitata su Caracas. Sebbene i canali ufficiali non sempre abbiano fornito risultati immediati, l’inclusione del caso Trentini nei forum internazionali sui diritti umani e nei media esteri ha contribuito a mantenere alta l’attenzione sulla detenzione arbitraria e sulle condizioni carcerarie nei penitenziari venezuelani, come El Rodeo I, noto per essere teatro di gravi violazioni dei diritti fondamentali.

Scritto da: Daniele Biacchessi


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