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Avv. Bongiorno: “Non è vero che la morte di una donna pesa più di quella di un uomo”

today15 Giugno 2026

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Avv. Bongiorno: “Non è vero che la morte di una donna pesa più di quella di un uomo”

Giulia Bongiorno, senatrice e presidente della Commissione Giustizia, interviene con fermezza nel dibattito sollevato dalle parole di Roberto Vannacci sul tema del femminicidio. Durante il programma radiofonico Il Timone delle 13 con Paolo Sergio su Giornale Radio, l’avvocata ha voluto fare chiarezza su alcune interpretazioni della normativa vigente.

Intervengo raramente nel dibattito politico, però quando ci sono errori da matita blu devo necessariamente segnalarli”, ha esordito Bongiorno, riferendosi alle inesattezze giuridiche che circolano sui media. La senatrice ha spiegato che non esiste alcuna volontà di creare una gerarchia tra le vite umane, ma piuttosto di inquadrare correttamente un fenomeno criminale che ha radici profonde nella nostra società.

Il peso della vita e il movente della discriminazione

Il cuore della polemica riguarda la presunta “valorizzazione” della morte femminile rispetto a quella maschile, un concetto che Bongiorno respinge categoricamente. “Il punto che è previsto dal reato non è assolutamente che la morte di una donna pesa di più di quella di un uomo”, ha precisato con forza.

La legge non nasce per dare un valore diverso ai generi, ma per colpire una specifica spinta criminale. “Nessuno verrebbe in mente di costruire una fattispecie di reato così; al contrario si è preso atto del fatto che purtroppo da secoli la donna viene discriminata, vessata, picchiata e viene considerata un essere inferiore e spesso viene uccisa con queste motivazioni”.

Il femminicidio, dunque, non punisce l’uccisione “perché la donna è donna”, ma perché l’assassino agisce ritenendola un oggetto o un essere subordinato.

Dallo Ius Corrigendi alla nostalgia del passato

Secondo l’ex ministro, le critiche alla legge potrebbero nascondere una mancata comprensione tecnica o, peggio, un retaggio culturale pericoloso. “Magari non si è compreso il senso di questa fattispecie, perché diversamente dovrei pensare che c’è una specie di nostalgia per quello che accadeva in passato”, ha osservato Bongiorno.

La senatrice ha ricordato come, fino al 1981, l’ordinamento italiano prevedesse attenuanti inaccettabili e come in passato si parlasse di “Ius Corrigendi”, ovvero il presunto diritto dell’uomo di picchiare la donna per “correggerla”.

La norma non è che dice se un uomo uccide una donna, cioè se tu metti sotto la macchina una donna non è femminicidio”, ha chiarito, sottolineando che l’elemento discriminante resta sempre “la spinta a uccidere” dettata dal pregiudizio.

Codice Rosso: il fattore tempo è vitale

Il percorso legislativo di Bongiorno non si ferma al femminicidio, ma affonda le radici in anni di battaglie legali e politiche, come la Fondazione Doppia Difesa creata insieme a Michelle Hunziker. “Ho voluto chiamare la legge Codice Rosso proprio perché volevo la trasversalità”, ha spiegato, sottolineando l’importanza di intervenire con rapidità estrema.

Il punto di svolta della norma è l’obbligo di intervento immediato: “Ho voluto stabilire un termine di 3 giorni entro il quale aiutare le donne. Se non si aiuta velocemente una donna, naturalmente è inutile pensare che si riesce a salvare una donna”. Questa accelerazione procedurale è considerata fondamentale per evitare che le denunce rimangano inascoltate fino all’esito tragico.

L’unione delle donne contro le resistenze maschili

Nonostante i progressi, la senatrice rileva ancora una spaccatura nel sentire comune del Parlamento. Se da un lato loda la collaborazione tra le colleghe di ogni schieramento, dall’altro nota resistenze persistenti tra gli uomini su temi di parità.

Vedo che su certe leggi c’è veramente una enorme collaborazione tra donne parlamentari”, ha dichiarato, citando il successo della legge sullo stalking. Tuttavia, su altri fronti, il clima cambia: “Ci sono alcuni uomini che magari incrocio in corridoio che sostengono alcune di queste leggi, altri che storcono il naso”. Un esempio lampante è la legge sul doppio cognome, a cui molti uomini si oppongono ancora per difendere la trasmissione del solo cognome maschile.

Nessun arretramento sui diritti conquistati

L’obiettivo finale rimane quello di consolidare le conquiste ottenute senza concedere spazio a revisionismi. “L’unica cosa sulla quale non transiggo è l’ipotesi di fare dei passi indietro, soprattutto perché vedo che è facile parlare di una legge sbagliata quando non si cita correttamente la norma”, ha ribadito la senatrice.

Per Bongiorno, la battaglia contro la violenza di genere è una questione sociale trasversale che non può essere strumentalizzata per fini politici o elettorali. “Stiamo cercando di andare avanti e non vorrei fare passi indietro”, ha concluso, riaffermando l’impegno a valorizzare non la morte, ma la dignità e la protezione di chi viene ancora oggi ritenuto “inferiore”.

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