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Sanzioni ai coloni e stop a Ben Gvir, Alfieri (PD) attacca: “Il Governo si è mosso con due anni di ritardo”

today11 Giugno 2026

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Sanzioni ai coloni e stop a Ben Gvir, Alfieri (PD) attacca: “Il Governo si è mosso con due anni di ritardo”

Le ultime comunicazioni della Premier Giorgia Meloni alla Camera, in vista del Consiglio Europeo, segnano un cambio di passo che non convince l’opposizione. Il senatore Alessandro Alfieri, esponente del Partito Democratico, è intervenuto a Il Timone delle 13 con Paolo Sergio per commentare l’apertura del governo alle sanzioni contro i coloni violenti in Cisgiordania e contro il ministro israeliano Ben Gvir.

Il giudizio di Alfieri è tranchant: “Benvenuti in ritardo di due anni”. Secondo il senatore, per ventiquattro mesi il governo italiano ha sistematicamente impedito l’adozione di misure punitive contro chi pratica la violenza nei territori occupati. “Purtroppo il governo italiano da 2 anni che impedisce che vengano messe sanzioni sui coloni violenti e soprattutto sui ministri estremisti che coprono i coloni violenti”, denuncia l’esponente dem, sottolineando come l’Italia sia rimasta indietro rispetto a partner come Spagna, Francia e Gran Bretagna.

Nel mirino i ministri dell’annessione

La critica del PD non si ferma alla tempistica, ma colpisce il cuore politico della coalizione guidata da Netanyahu. Alfieri punta il dito contro le figure più radicali del governo israeliano, come i ministri Smotrich e Ben Gvir, accusati di soffiare sul fuoco del conflitto. Le immagini di Ben Gvir che irride i prigionieri sono considerate intollerabili.

Noi abbiamo chiesto sanzioni anche sui ministri estremisti del governo israeliano che propugnano l’annessione della Cisgiordania, quindi la fine della prospettiva dei due popoli, due stati”, spiega il senatore. Per l’opposizione, isolare questi elementi è l’unico modo per non condannare Israele a una “insicurezza eterna”. L’invito al governo è chiaro: seguire l’esempio dei principali Paesi europei che hanno già attivato sanzioni individuali, congelando i beni e vietando l’ingresso a chi viola le risoluzioni delle Nazioni Unite.

L’obbligo del fermo per Netanyahu in Italia

Il tema della giustizia internazionale entra prepotentemente nel dibattito, specialmente dopo le decisioni della Corte Penale Internazionale. Alfieri non usa diplomazia quando si parla della posizione del premier israeliano. “Se Netanyahu viene in Italia lo dobbiamo arrestare”, afferma con fermezza, richiamando gli obblighi derivanti dalla firma dello Statuto della Corte Penale Internazionale.

È una posizione che non ammette sfumature: “Lo statuto parla chiaro, se Netanyahu viene in Italia lo dobbiamo assicurare alla giustizia”. Il senatore critica duramente quello che definisce il tentativo del governo Meloni di “stare con due piedi in una scarpa”, cercando di salvare una condanna formale senza mai agire concretamente contro le azioni ritenute dissennate di Israele.

Il cordone ombelicale tra Palazzo Chigi e Trump

Perché l’Italia ha esitato così a lungo? La risposta di Alfieri è di natura geopolitica e punta dritta a Mar-a-Lago. “Meloni continua a essere succube di Trump e quindi non vuole rompere fino in fondo”, dichiara il senatore ai microfoni di Giornale Radio. Questa presunta sudditanza avrebbe reso l’Italia “tiepida” sulle sanzioni, portandola a trincerarsi dietro la posizione della Germania.

Alfieri ricorda però che il passato tedesco e la memoria della Shoah impongono a Berlino una prudenza culturale che l’Italia non dovrebbe avere. “L’Italia dovrebbe prendere delle posizioni molto nette, chiare nel solco della tradizionale politica estera italiana di attenzione al Mediterraneo e di equilibrio nei confronti del mondo arabo”. Il rischio, secondo il PD, è disperdere un patrimonio diplomatico decennale per mantenere aperto un canale con Trump, un leader che “ti usa quando ha bisogno e ti scarica senza problemi quando non assecondi i suoi disegni”.

Due popoli e due Stati per fermare l’odio

Nonostante il pessimismo, Alfieri intravede piccoli segnali di cambiamento anche all’interno della maggioranza, in particolare nelle componenti più moderate come Forza Italia. Il senatore ribadisce che la priorità assoluta resta la prospettiva “due popoli, due stati”, unico argine a una spirale di violenza che rischia di travolgere le prossime generazioni.

Servono dei gesti simbolici molto forti. Noi abbiamo chiesto il riconoscimento dello stato di Palestina”, sottolinea. La battaglia politica si sposta sulla necessità di sradicare una cultura dell’odio che vede i coloni arrivare a colpire persino i bambini palestinesi. “Dobbiamo dare un segnale bipartisan molto forte: non c’è spazio per la violenza e per chi vuole mettere una pietra tombale sulla pace”.

I costi della guerra e l’ombra di Washington

In chiusura, il senatore analizza la sostenibilità economica della lunga campagna militare israeliana. Israele, pur non essendo un Paese enorme, gode di una struttura finanziaria solida e di un’alleanza decisiva. “L’alleanza con gli Stati Uniti è certamente decisiva in termini di fornitura militare e tecnologica”, spiega Alfieri.

La durata del conflitto dipende direttamente dai rubinetti di Washington: “Se gli Stati Uniti dovessero chiudere i rubinetti, anche Israele dovrebbe fermarsi”. Anche la comunicazione di Trump, che a volte appare critico verso Netanyahu, viene liquidata come una manovra elettorale per dimostrare una parziale indipendenza, mentre i fatti sul campo continuano a raccontare un’altra storia.

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