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Gli Occhi della Storia: 9 ottobre. Il disastro del Vajont

(Tempo di lettura: 3 - 5 minuti)

A cura di Vicky Mangone

In montagna il tempo e lo scorrere della vita hanno un ritmo diverso. Si cena presto. Si va a letto presto. Il 9 ottobre del 1963, alle 22.39 erano tutti a letto.

Alle ore 22.39 del 9 ottobre 1963 una frana gigantesca di circa 270 milioni di metri cubi di roccia e detriti si staccò dalle pendici del monte Toc e precipitò nel bacino artificiale del Vajont, provocando un’onda che cancellò in pochi secondi il territorio sul versante opposto alla frana e a valle dell’invaso, distruggendo gran parte dell’abitato di Longarone e di altri villaggi sulla riva del fiume Piave.

La stima più attendibile delle vittime è di 1910 morti.

L'enorme massa, un corpo unico, piombò nel sottostante lago artificiale nel quale l'11 aprile, con la terza ed ultima prova di invaso, l'acqua aveva raggiunto quota 700 metri sul livello del mare. Lo schianto sollevò un'onda di 230 metri d'altezza La metà della massa d'acqua scavalcò la diga, abbattendosi nella sottostante valle del Piave, provocando la distruzione di diversi paesi (Longarone, Pirago, Maè, Rivalta, Villanova, Faè, Codissago, Castellavazzo). L'altra parte dell'onda salì la valle e andò a colpire i paesini friulani di Erto e Casso e diversi altri borghi

Che stesse per succedere qualche cosa alla vigilia del disastro se ne accorse Alberico Biadene, direttore costruzioni della Sade, che l'8 ottobre (a neppure 24 ore dal disastro) chiese ai vertici della società costruttrice della diga di far scattare l'allarme e provvedere con un piano di evacuazione di Erto e Casso. Alle 22 il geometra Giancarlo Rittmeyer telefonò a Biadene, a Venezia, per comunicare la sua preoccupazione, visto che la montagna aveva cominciato a cedere visibilmente. 39 minuti dopo la telefonata il disastro

Il 10 ottobre, il Corriere della Sera, apre il giornale con il titolo "L'onda della morte" e invia sul posto Giorgio Bocca e il bellunese Dino Buzzati. E la Stampa mando Giampaolo Pansa

Non si trattò di un «disastro naturale», come scrisse qualche cronista all’indomani della strage, ma di una tragedia provocata dall’uomo. Sono stati tre fondamentali gli errori umani: l’aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l’aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l’allarme la sera del 9 ottobre per attivare l’evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione.

La geografia dei luoghi, già sconvolta dalla realizzazione della diga, cambiò per sempre. L'ondata rase al suolo i paesi e scheggiò le montagne mentre sul Monte Toc si formò una gigantesca cicatrice a forma di 'M'

Case, chiese, alberghi, osterie, piazze, strade e monumenti furono sommersi dall'acqua e dai detriti trascinati dalla forza dell'acqua

La commissione d'inchiesta ministeriale scattò subito. Il presidente della Repubblica Antonio Segni accorse nella valle del Piave e, vedendo il disastro dall'alto di un elicottero, pianse.

L'iter processuale fu lunghissimo. Nel 1968, il giudice istruttore di Belluno, Mario Fabbri, depositò la sentenza contro il direttore costruzioni della SADE Biadene, l'unico che farà un periodo in carcere, ed altre 10 persone di cui due nel frattempo erano decedute

Il processo di primo grado si tenne nel tribunale dell'Aquila con le prime tre condanne, nel 1969, a sei anni di reclusione di cui due condonati. Nel 1970, sempre all'Aquila, si tenne l'Appello e ad essere condannati, qui, furono sempre Biadene e una seconda persona

La sentenza venne confermata in Cassazione nel 1971 ma l'unico a scontare una pena fu Biadene (cinque anni di reclusione di cui tre condonati)

Negli anni Settanta iniziò invece la battaglia per i danni, in sede civile, con un travagliato percorso: la sentenza di primo grado del Tribunale di Belluno arrivò nel febbraio del 1997. La Corte d'Appello di Venezia confermò la condanna per la Montedison (società all'interno della quale era entrata nel frattempo SADE) a risarcire il Comune di Longarone per i danni materiali e morali

L'ultimo atto del percorso si chiuse con l'Enel, attuale proprietaria della diga, che pagò penali ai comuni di Erto e Casso. Le polemiche sulla prevedibilità del disastro e sull'iter processuale però non si sono mai placate

Negli anni lo Stato fu presente in occasione di visite commemorative. Il primo fu Segni, qualche giorno dopo il disastro. Il secondo Saragat, in occasione della visita nel Veneto per il centenario dell’unione all’Italia, nel marzo del 1966; si fermò al cimitero di Fortogna, poi ripassò per Longarone in novembre nel corso di una visita alle zone alluvionate.

In seguito arrivò Sandro Pertini, nel 20° anniversario del disastro. Francesco Cossiga fu a Fortogna, in forma privata, nel settembre del 1985. Per il 40° della tragedia arrivò Il Presidente Ciampi, nel 2003.

Per il 50° venne Grasso, presidente del Senato, seconda carica dello Stato, non avendo potuto partecipare Napolitano, e in quell’occasione presentò le scuse dello Stato per aver contribuito a provocare il disastro.

L’allora presidente del Senato Grasso nell’occasione fece visita al cimitero del Vajont dove si trovano 1910 lapidi, tutte bianche, tutte uguali, dove purtroppo non sono presenti tutte le vittime perché 1/3 di loro non è mai stato ritrovato.

E lo Stato chiede scusa.

L’unico presidente della Repubblica a non farsi mai vivo fu Giovanni Leone, ma non sarebbe stato accolto bene. Nei giorni della tragedia era stato a Longarone come presidente del Consiglio, aveva pianto e aveva promesso: «Giustizia sarà fatta». Poi però i superstiti se lo ritrovarono nemico, a capo del collegio di difesa dell’Enel (che sosteneva le stesse tesi della Sade) nel processo dell’Aquila.

Il disastro della diga del Vajont è una delle pagine più drammatiche della storia italiana del ventesimo secolo...

Credits: VENET01 (CC BY-SA 4.0)

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9 Ottobre 2022

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